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Un secolo di Patroni, giocoliere della parola

di Giorgio Pagano

Nasceva il 9 settembre 2020
Un secolo di Patroni, giocoliere della parola

- Cento anni fa, il 9 settembre 1920, nasceva, a Montemarcello, Gino Patroni. Il grande umorista si ispirò, nei suoi giochi di parole, anche alla data e al luogo di nascita: titolò un suo libro “Via col venti”, parodiando il film, e qualche volta si firmò -dato che scriveva per più quotidiani concorrenti- Marcello Monte.
Stimato, e conteso, dai direttori dei principali quotidiani -Piero Ottone, in vecchiaia, mi parlava spesso di lui come di un grande giornalista, non solo parodista- non fece la carriera che meritava a causa della sua fragilità psicologica e delle sue ricorrenti depressioni. In una redazione milanese lasciò un biglietto sulla macchina da scrivere di Gianni Brera, con scritto, in dialetto spezzino, “Il posto più bello di Milano è la stazione da dove si vedono i treni che partono per Spezia”. Il suo mondo era certamente interno alla “spezzinità”, ma la sua arte andava oltre. Il grande successo delle sue raccolte di epigrammi derivava, ha scritto Egidio Banti, da “un uso sapiente, forse impareggiabile, della parola come gioco” e da “un’analisi impietosa di quanto ci circonda” che, oltre i confini sprugolini, lo collocano nella storia letteraria del Novecento italiano.
Gino fu deportato in un campo di prigionia tedesco per il suo antifascismo. Di grande potenza sono i suoi resoconti, nell’immediato dopoguerra, del processo -non solo giudiziario ma “popolare”- alla famigerata banda Gallo. Nella mia ricerca sugli anni Sessanta alla Spezia ho scoperto la sua capacità di dialogo con i movimenti giovanili, nonostante la differenza generazionale. Criticò, da “stralunato”, il Convegno del Gruppo 63 in Sala Dante (1966), ma poi lesse e apprezzò Marcuse e simpatizzò con il Sessantotto. Perorò la causa di Franco Pisano, arrestato a Parigi, e del “nuovo teatro” di Fulvio Acanfora. Ovviamente alla simpatia coniugava l’ironia, come quando, ai lati della manifestazione del giugno 1968, aperta dallo striscione antigoliardico “A Parigi muoiono qui ridono”, commentò: “Aloa la se sta mei qi” (Allora si sta meglio qui). Nel 1969, quando fu inaugurata la nuova cattedrale, tappezzò la città di manifesti con scritto: “Ardo bruciante desiderio partecipare inaugurazione cattedrale, ma impossibilitato causa ustioni di terzo grado, firmato Giordano Bruno”.
Negli anni Settanta era iscritto al PCI. Gli consegnavo ogni anno la tessera a casa, nell’appartamento scuro e vecchio stile di via Manzoni 2, e lì ogni domenica mattina gli portavo “L’Unità”: era l’ultima tappa del “giro” di diffusione, perché Gino si svegliava tardi. Si staccò dal partito alla fine del decennio, in polemica con il Sindaco del tempo. Con lui chiacchieravo alla sera al Bar Peola, commentando i fatti del giorno. Immancabile il suo intercalare “Tè capì l’antilope?”, anziché “l’antifona”. Gino frequentava anche i giovani extraparlamentari, e poi i “fricchettoni”. Era spesso all’Ape Regina, locale gay-alternativo, e si candidò, per l’unica volta in vita sua, nella lista ecologista-radicale “La Rosa Verde” alle elezioni comunali del 1980 (prese una manciata di voti).
La sua fu davvero una vita complessa. Ha scritto Filippo Paganini: “Tra angoscia. Solitudine. Fobie. Sconfitte. L’esistenza di un intellettuale di provincia di grandissimo talento e buona cultura… che è rimasto schiacciato dalle sue paure e dalle sue nevrosi. Che si è rifugiato nella placenta della provincia”.
In questa placenta Gino riuscì a parlare delle amarezze e delle speranze del mondo.

Giorgio Pagano
già Sindaco della Spezia

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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