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Un paziente deceduto per Covid: "Non vedo l'ora di uscire e raccontare a tutti la devozione del personale sanitario"

Le ultime struggenti parole di Beppe Quaretti, raccolte dalla moglie Teresa.

Lettere a CDS
Un paziente deceduto per Covid: "Non vedo l'ora di uscire e raccontare a tutti la devozione del personale sanitario"

- Ho scoperto di avere il COVID l'undici novembre.
Avevo febbre alta e mal di testa, ma sembrava poco di più di un'influenza.
Mentre i miei familiari, colpiti dal virus insieme a me con sintomi analoghi, sfebbravano, io continuavo ad avere la temperatura alta. Allora in via precauzionale abbiamo deciso di chiamare l'ambulanza e chiedere il ricovero.
Sono stato ricoverato nel reparto di medicina generale dove stato accolto e curato da persone che hanno fatto di tutto per farmi sentire a mio agio; nei reparti covid non è consentito avere rapporti con altri che non siano personale medico e paramedico.
Mi mancavano le mie abitudini, i miei amici, la mia famiglia e, soprattutto, mia moglie.
La solitudine, questa è stata la sensazione peggiore da sopportare in questi giorni, che non vedo l'ora di superare.
Ma la grande umanità delle persone che avevo intorno mi rendeva meno doloroso l'isolamento.
Sono stato trasferito in pneumologia perché, nonostante qualche piccolo miglioramento, l'ossigenazione continuava ad essere insufficiente.
Anche in pneumologia ho trovato persone dotate di una grande umanità e professionalità.
Passare dalla mascherina al casco per migliorare l'ossigenazione non è stato sufficiente: i medici hanno ritenuto di trasferirmi in rianimazione, perché pensano che intensificare la terapia potrebbe dare risultati migliori.
Qui in terapia intensiva il senso di solitudine è molto più difficile da sopportare.
Il personale è ugualmente gentile e professionale, ed ho anche incontrato un amico che fa l'infermiere, che si occupa di me e mi fa sentire un po' a casa, ma ho sempre il casco e non riesco a comunicare, tranne che nei rari momenti in cui mi viene levato.
Approfitto di queste pause per chiamare i miei familiari, per far sapere loro che sto bene. Chiamo la Teresa, mia moglie. Le dico che la amo e che mi manca, che mi sento solo e le chiedo di scrivere per me questa lettera, che io da qui non posso scrivere.
Poi però devo rimettere il casco, perché mi manca l'ossigeno.
Questa esperienza mi sta segnando molto e non vedo l'ora che finisca per far sapere a tutti cosa si prova in una terapia intensiva, quanto ci si senta soli e quanto siano umani e generosi i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari.
La devozione con cui il personale sanitario si dedica ad ognuno di noi pazienti senza distinzione mi ha commosso e mi ha fatto sentire fiero di essere italiano.
Non vedo l'ora di uscirne per farlo sapere a chiunque".

Queste sono le parole che mio marito, Beppe Quaretti, ha chiesto di scrivere per ringraziare le persone che lo hanno curato ed accudito nei giorni che ha trascorso in ospedale per il COVID.
Da lì a un paio di giorni è stato intubato e, dopo quasi due settimane ha smesso di combattere, sconfitto da un virus subdolo e violento.
Ci ha lasciato il 12 dicembre 2020, alle tre del pomeriggio.

TERESA QUARETTI

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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