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Ultimo aggiornamento: Sabato 16 Gennaio - ore 20.41

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Un nome che è appartenenza

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Un nome che è appartenenza

- Sprugolandia è noto che quantunque proiettata sul mare, per motivi troppo lunghi da dirsi, riuscì ad avere un porto solo in età matura: non vecchia ma neppure giovincella. Mancando lo scalo, non serviva neppure un approdo per imbarco-sbarco di persone e merci. Non appena, tuttavia, si fece il porto da tempo desiato, fu necessario costruire la banchina per l’ormeggio e le relative operazioni.
Così, dove scivolavano le onde, si fece il molo che si protende verso il mare aperto con un andamento a zig che si è mantenuto destrorso anche quando amministravano le giunte rosse, ma sempre orbo, tuttavia, del corrispondente zag.
Non appena si realizzò la banchina prolungando verso l’orizzonte il mozzichino di attracco esistente, una cosina piccina piccina più lillipuziana di un qualsiasi bigigeo, la zona si popolò all’istante. Manco l’avesse toccata la bacchetta magica della buona fata Smemorina, arrivarono imbarcazioni di ogni stazza. Dai pescherecci alle navi da carico, dalle petroliere alle corazzate che portano sulla tolda tutti quei container che visti da lontano sembrano mattoncini multicolori e sono invece bestioni pure loro, non c’è natante che, gironzolando in queste acque, non abbia fatto la conoscenza con il molo di Sprugolandia.
Adesso ci sono perfino le navi da crociera dai nomi fluorescenti che in questi tempi di Covid hanno deciso di svernare qua dal momento che i loro comignoli è da un bel po’ ormai che hanno smesso di fumare, nonostante che non siano pochi quelli che rimpiangono i tempi in cui le città galleggianti solcavano le onde perché, dicono loro, sopra ci si faceva la vita del pascià.
Ma la cosa più sorprendente di tutte è che un barco bianco e nero (ma non penso che i colori dipendano da una fede calcistica), perennemente attraccato più o meno all’altezza dello zig, porta il nome del giornale più amato dai lettori locali: Città della Spezia.
Ogni volta che girello sul molo, e non sono poche tali occasioni, vedendo la nave, mi pongo delle domande a cui, confesso, non so rispondere.
Che l’editore sia diventato armatore? In fondo, le ultime quattro lettere suonano eguali. O non sarà che invece di uno striscione pubblicitario, s’è comprato una nave da tenere ferma in modo che tutti leggano il nome del giornale? Oppure, il vero armatore non sapendo come battezzare il suo bastimento, s’è ispirato al nome di una testata invidiata da tutti per l’indice di gradimento e lo share che giornalmente riporta?
Non saprei dire, ma la Stefania suggerisce che nel nome si manifesta il senso di appartenenza.
Che per una volta in cinquant’anni abbia ragione lei?

BERT BAGARRE

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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