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Un eroe romantico

di Giorgio Pagano

Un eroe romantico

- Cinquant’anni fa, l’8 ottobre 1967, il gruppo di guerriglieri guidato da Ernesto “Che” Guevara venne accerchiato nel canalone di El Yuro, nella foresta della Bolivia, da centinaia e centinaia di soldati boliviani diretti dai consiglieri militari statunitensi. Nella battaglia il “Che” venne ferito alle gambe, catturato e portato nella piccola scuola di La Higueras , vicino a Vallegrande, dove il giorno dopo, su ordine del Governo boliviano e dei consiglieri statunitensi, venne assassinato. Aveva solo 39 anni.
Guevara era nato il 14 luglio 1928 a Rosario, in Argentina, da una famiglia borghese progressista. A meno di trent’anni si lasciò alle spalle il suo Paese e una laurea in medicina per seguire Fidel Castro nella Sierra Maestra a liberare Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista. Il “Che” conobbe Fidel nel luglio-agosto 1955. Cominciò la sua avventura cubana: la traversata sul “Granma” tra il novembre e il dicembre 1956, il primo disastroso combattimento di Alegria de Pio, poi la ricomposizione della guerriglia; il passaggio da medico a tenente, a capitano, a comandante; la conquista della città di Santa Clara che diede il colpo finale a Batista, che il giorno dopo scappò da Cuba. Il 2 gennaio Guevara entrò all’Avana e prese il controllo della capitale. Fidel lo nominò Presidente della Banca Nazionale di Cuba e poi Ministro dell’Industria. Il “Che” rinunciò presto al governo, in polemica sui legami troppo stretti tra Cuba e Unione Sovietica, per andare alla ricerca di un’altra rivoluzione. Prima in Africa, in Congo, poi in Bolivia. I comunisti boliviani e i contadini non lo sostennero. In una situazione di isolamento, sempre più disperata, non poté che incontrare la morte. Il suo cadavere, esposto su un tavolaccio dai suoi assassini, resterà nascosto per trent’anni perché la sua tomba non divenisse luogo di pellegrinaggio. Volevano cancellare l’uomo, ne fecero un eroe.
“Che” Guevara divenne uno dei miti della generazione che nel ’68 voleva cambiare il mondo: insieme al Vietnam di Ho Chi Minh, alla Cuba di Fidel Castro, alla rivoluzione culturale cinese di Mao Tse Tung, alla rivolta di Berkeley e al Black Power. Ancora oggi il “Che” non è rinchiuso nei libri di storia ma rivive sulle T-shirt dei ragazzi di Occupy Wall Street e degli Indignados spagnoli. Perché il “Che” vive ancora? Perché c’è qualcosa, nella sua vita, che continua a parlarci: è la sua passione sofferta per l’uomo.
“Il socialismo -disse in uno dei suoi discorsi- non lo stiamo costruendo per mantenere lustre le nostre fabbriche: lo stiamo costruendo per l’uomo integrale. L’uomo deve trasformare se stesso insieme alla produzione… Non perseguiremmo un obbiettivo giusto se fossimo solo produttori di articoli e di materie prime, e non fossimo, nel contempo, produttori di uomini”. E ancora: “Il socialismo economico senza la morale comunista non mi interessa”.
L’”hombre nuevo”, l’uomo integrale purificato dalle brutture e dagli egoismi del capitalismo, che il “Che” idealizzò negli anni febbrili di una transizione tutta da inventare, è rimasto una chimera. E tuttavia, senza conoscere il “romanticismo guevarista” e la sua ricerca ostinata delle ragioni morali della rivoluzione, non si capisce perché, nonostante tutto, Cuba sia rimasta in qualche modo legata ai “barbudos” che la liberarono nel 1958.
Nel ’65 Guevara lasciò Cuba per la Bolivia. Partiva sapendo che gli sarebbe probabilmente toccato di morire. Le sue lettere scritte nel ’65 sono lettere di addio. Ai cinque figli scrive: “Vostro padre è stato uno di quegli uomini che agiscono come pensano e, di sicuro, è stato coerente con le sue convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto… Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, solo, non vale nulla. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”. Questa la lettera ai suoi genitori: “Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con quello che credo. Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare la loro verità. Può darsi che questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non lo cerco, ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio… Ora, una volontà che ho educato con amore d’artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi… Ricordatevi, ogni tanto, di questo piccolo condottiero del secolo XX”.
L’idea della morte, del resto, era sempre stata con lui. Nel ’56, prima di partire con la spedizione del “Granma”, così si era congedato dal padre: “Ho passato la vita cercando la mia verità a viva forza, e ora, con una figlia che mi perpetua, ho concluso il ciclo. Da questo momento in poi non considererei la mia morte come una sconfitta, soltanto, come Hikmet, ‘Porterò nella mia tomba la malinconia di un canto inconcluso’”.
Sono passati molti anni, molte cose sono accadute. E, tra esse, forse soltanto la sua morte tra quelle che il “Che” aveva previsto. Ma il Congo e la Bolivia sono ancora lì, con la loro miseria e la loro violenza. Ecco perché il “Che” si ostina nonostante tutto a non voler morire. Certamente il messaggio che ci ha lasciato non è la lotta armata nella quale fu sconfitto. E’ l’appello alla volontà del singolo come risorsa estrema e irriducibile; è la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa; è l’immagine generosa e romantica del “garibaldinismo”, componente profonda dell’animo e del movimento popolare italiano; è la “politica dell’utopia”, che egli ha cercato di realizzare. Il “Che” non ha nulla a che fare con il terrorismo, che combatté sempre aspramente. Oggi somigliano di più a Guevara, invece, i volontari delle organizzazioni non governative che prestano la loro opera in America Latina e in Africa, in nome di una solidarietà internazionale concreta e fattiva, che costa sacrifici e implica una nuova coscienza civile.
Tra le lettere di addio del ’65 ce ne fu una anche a Fidel, che Fidel dopo qualche mese rese pubblica. Il musicista cubano Carlos Puebla scrisse subito, in risposta alla lettera, la “Canciòn al Che”, più nota come “Hasta siempre comandante”, un vero atto di amore del popolo cubano al “Che”. E’ una canzone che tutti abbiamo sentito cantare, da Compay Segundo o dagli Inti Illimani, da Joan Baez o da Ivan Della Mea o dai Nomadi. L’ultima volta l’ho ascoltata in Portogallo, in un’osteria a Porto. La canzone dice:
“Aquí se queda la clara,
La entrañable transparencia
De tu querida presencia,
Comandante Che Guevara”
Questa la traduzione:
“Qui rimane la chiara,
La profonda trasparenza
Della tua cara presenza,
Comandante Che Guevara”
La parola “entrañable” indica una profonda e sincera complicità nell’amicizia. La “clara entrañable transparencia” abolisce l’idea di capo e di obbedienza al capo. E’ un altro grande messaggio che ci ha lasciato Ernesto “Che” Guevara.

Post scriptum:
le foto di oggi sono dedicate a due partigiani “garibaldini” della Resistenza italiana, “eroi romantici” sempre paragonati al “Che”: il torinese Dante Di Nanni e il calabrese Dante Castellucci “Facio”, partigiano nei nostri monti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dante Castellucci "Facio", Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea (foto Moreno Carbone).


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