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Tre esempi per tornare ad avere fiducia

di Giorgio Pagano

Tre esempi per tornare ad avere fiducia

- In Italia è appena finito un anno bruttissimo: una società sempre più diseguale, il lavoro che non c’è, l’ambiente devastato, l’odio per il diverso. La politica dà quello che oggi può dare: non molto. Stato, Parlamento, partiti godono sempre meno della fiducia dei cittadini.
Eppure, nonostante tutto, in Italia c’è vita. C’è chi si muove ogni giorno contro tutto ciò che ha reso bruttissimo il 2019. Non sono solo le “sardine” o i ragazzi di Friday for future. E’ l’Italia ricordata dal Presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno: “quella dell’altruismo e del dovere, non quella di chi truffa”, quella che “si dà da fare in silenzio”. L’Italia del “civismo”, che “argina aggressività, prepotenze, meschinità, lacerazioni delle regole della convivenza”. I sette milioni di italiani qualsiasi, anonimi eroi quotidiani, che fanno volontariato e si impegnano per la giustizia sociale ed ambientale. Eredi di una grande tradizione.
So bene che la società civile non basta, che occorre anche la politica. Ma oggi la speranza parte dalla società civile, dalle virtù civiche che resistono e che tengono assieme il Paese.
Nei giorni scorsi se ne sono andati tre spezzini che voglio ricordare. Persone semplici, ma esempi, per tutta la vita, di quell’Italia “dell’altruismo e del dovere” che oggi ci fa ancora sperare.
Se è tornato il momento di tornare ad avere fiducia in noi stessi, è grazie anche a loro, e all’impegno di chi a loro è succeduto.
Il primo pensiero va ad Anselmo Vivoli, l’ultimo dei “ragazzi delle Grazie”. Gli altri si chiamavano Francesco Bello, Attilio Canepa, Giuseppe Marazzo, Francesco Renzoni -tutti trucidati dai fascisti il 20 aprile 1945, pochi giorni prima della Liberazione- e Sergio Guidotti, anche lui, come Anselmo, sopravvissuto all’eccidio. Il 13 aprile i sei giovani graziotti, tutti tra i diciotto e i diciannove anni, desiderosi di contribuire alla lotta per la libertà, arrivarono a Calice al Cornoviglio per entrare nelle formazioni partigiane. Ma furono rimandati a casa, per la mancanza di armi. I ragazzi ottennero un lasciapassare per muoversi nelle aree sotto controllo partigiano, ma commisero due errori: non liberarsene una volta giunti in prossimità della città e muoversi in gruppo. Vicino al ponte della Scorza furono notati dal famigerato fascista Luigi Domenichini e tre di loro (Canepa, Marrazzo e Guidotti) furono arrestati, mentre gli altri si diedero alla fuga. Altri due membri del gruppo (Bello e Renzoni) vennero catturati alle Grazie poco dopo. Solo Anselmo Vivoli riuscì a sfuggire alla cattura ed a nascondersi in una grotta del Muzzerone. I prigionieri furono detenuti presso la caserma del XXI Reggimento Fanteria, interrogati e seviziati, quindi fucilati alla Spezia -tranne Guidotti, che fu torturato ma non ucciso- secondo alcune testimonianze in via Prione, il 20 aprile, tre giorni prima della liberazione della città. Anselmo fu poi “partigiano tutta la vita”.
Il secondo pensiero va ad Enrico Calzolari, lericino. Ricordo l’insegnante, il fondatore della Scuola Alberghiera, lo storico e l’archeologo: l’uomo di cultura che forse più di ogni altro ha studiato il promontorio del Caprione. Ma soprattutto ricordo il volontario. Calzolari è tra i protagonisti del primo volume del libro “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”, nel quale racconta la sua esperienza di “angelo del fango” a Firenze, dopo l’alluvione del 1966, poi di fondatore nel 1968 del Circolo culturale La Carpaneta, ed ancora di persona impegnata nel volontariato ecologico, nella Pubblica Assistenza, nella Protezione civile, negli antincendi boschivi, nella didattica del territorio…
Il terzo pensiero va a Pino Malagamba: sindacalista degli ambulanti ma soprattutto volontario delle battaglie per l’ambiente, organizzatore dei primi comitati di quartiere e “voce” del popolo di Melara in lotta contro l’inquinamento della centrale Enel. In “Un mondo nuovo, una speranza appena nata” Pino appare come il precursore dell’ambientalismo spezzino. La Centrale non era ancora a pieno regime e già lui organizzava i comitati per l’abbattimento dell’anidride solforosa, mentre il movimento studentesco e “rivoluzionario” aveva ancora una visione vetero-industrialista.
Dobbiamo conservare la memoria di Anselmo, Enrico e Pino: come consapevolezza delle potenzialità del passato. Ricordarli significa ricordare il futuro.

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La Spezia, Tramonti (2014) Giorgio Pasagno


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