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Travagiae, voce del verbo. E di una comunità

di Bert Bagarre

sprugoleria
Travagiae, voce del verbo. E di una comunità

- Quando parla della sua attività quotidiana, il popolo della Sprugola se usa un idioma straniero dice lavorare, se invece si esprime nella sua lingua nativa dice travagiae. Generalmente si pensa che le due parole siano sinonime, che abbiano identico significato, ma non è così. Sono termini diversi e la differenza la fa il sudore che nell’una è meno copioso che nell’altra accezione.
C’è una bella canzone di Fabrizio che parlando di uno schiavo ai remi in una galera, dice che lì, nel banco dei vogatori, “u lou s’è cangiou in travaggio düo”. De Andrè scrive in genovese ma allo sprugolino non credo serva la traduzione.
Nato da uno strumento di tortura, travagio è verbo antico che gli abitanti della Sprugola hanno adottato per indicare la fatica necessaria a strappare da una terra malvagia il frutto dei campi, o a darci col remo per tirare poi su la rete che se incocci il branco giusto è un macigno a posarla sulla barca.

Nel tardo latino medievale il tripalio era uno strumento di tortura particolarmente efferato usato soprattutto per punire gli schiavi fuggitivi o che avevano commesso una grave mancanza. Come dice l’antica parola era un sistema costituito da tre pali infissi a terra: uno verticale e gli altri due incrociati a formare una grande X. Lì si legava il malcapitato e poi succedeva quel che doveva succedere.
Nell’italiano, lingua più da signori, si dice lavorare, solo i dolori che precedono il parto sono travaglio. Tuttavia, nelle altre lingue che derivano dal latino si ricorre proprio al tripalium per indicare il lavoro: travail, trabajo, trabalho. Anche l’inglese, che pure è idioma discendente da ben altra stirpe, si serve di questo benedetto trabiccolo a tre pali per indicare il patimento, trouble, e financo il viaggio, travel, che non intendono come piacere ma considerano sfacchinata.

In conclusione e tirando un po’ le somme, siamo tutti nipoti di quei due nonni, Adamo e Eva, che gli angeli, spada fiammeggiante in pugno, cacciarono dal giardino terrestre annunziando che la donna avrebbe partorito con dolore e l’uomo avrebbe coltivato la terra annaffiandola con il sudore della fronte.
Destino comune a tutti, quindi, anche se nello Stivale si dice lavorare. Solo in alcune isole linguistiche (a Napoli si dice faticare e qua, come abbiamo visto, travagiae) si ricorre ad altri termini. Eccentricità, voglia di distinguersi o solo sottolineare quanto improba fosse la vita dove si viveva?
Non è la prima volta che lo dico e non sarà neppure l’ultima perché è sempre bene ricordare che anche con il linguaggio ogni società comunica il modo con cui si è formata.

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