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Tedeschi e anfibi, primi abitanti dell'Umbertino

di Alberto Scaramuccia

Una storia spezzina
Tedeschi e anfibi, primi abitanti dell'Umbertino

- Qualche lettore mi chiede che cosa ci fosse nell’area di piazza Brin prima della costruzione del quartiere operaio. Credo d’averlo già detto, ma, anche a costo di ripetermi, rispondo con piacere alla richiesta anche se, in realtà, della piazza prima dell’Arsenale non c’è molto da dire se non che era una piana acquitrinosa che nel contesto del paesaggio spezzino contava veramente meno del due di picche.
Le antiche piante che documentano lo stato del territorio fuori della città murata che, ricordo, si arrestava all’oratorio di San Bernardino (oggi c’è il Museo diocesano), non indugiano molto sul settore che ci interessa. Per quanto ne so, esiste una sola carta che mostra in maniera diffusa le condizioni del paesaggio fuori del giro delle mura. È una mappa molto bella, ed utile, che risale al 1767 e si spinge fino a Rebocco, Vappa e la Piana grande mostrando spazi coltivati e abbondanza di acque interne che alimentavano non pochi mulini.
Però, l’area che riguarda la zona di piazza Brin non esiste. Infatti, il settore che c’interessa è del tutto ricoperto da un grande cartiglio che contiene il titolo dell’opera spiegandone scopo e funzione. In altre parole, piazza Brin era talmente inconsistente che era veramente inutile rappresentarla.
Infatti, l’area era solo uno spazio acquitrinoso dove credo che gli unici suoni che si sentissero, fossero solo i gracidii dei numerosi batraci che costituivano di fatto, se non la sua unica popolazione, certo la maggiormente prevalente. La zona, declinando il nome in varie maniere, la chiamavano Piandarana, ma, attenzione, le rane, nonostante la loro massiccia presenza, nel nome non c’entravano per nulla.
Quello era, infatti, il territorio pianeggiante degli Ariani, gli uomini liberi germanici, che qua avevano sede, insediamento che risaliva alla guerra combattuta da Bizantini ed Ostrogoti nel quinto secolo. Quell’etnia, del resto confinava con una comunità longobarda stanziata a Gaggiola, toponimo che deriva da wald, nella loro lingua “bosco sacro recintato”.
Come che fosse, l’acquitrino era decisamente troppo. Nella chiesa ancora oggi una mattonella del transetto è munita di gancio per sollevarla e controllare il livello dell’acqua sottostante. Io sono convinto che la facciata esterna della chiesa non porti paramento proprio per il timore che l’acqua salendo per capillarità lo deteriorasse. Del resto le cantine delle case operaie nascono per contenere l’umidità, non come magazzino.
Poi, servendo case per l’immigrazione post Arsenale, sulla palude si gettò la risulta degli scavi dell’Arsenale e da lì inizia la storia nota.

ALBERTO SCARAMUCCIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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