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Ultimo aggiornamento: Lunedì 29 Maggio - ore 22.31

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Spirito imprenditoriale, questo sconosciuto

di Alberto Scaramuccia

Spirito imprenditoriale, questo sconosciuto

- Il bell’incontro di qualche giorno fa sul Novecento spezzino, organizzato dall’Accademia Capellini e per il Comune dall’Assessore Basile (bravo Luca!), ha focalizzato alcuni punti nodali della storia cittadina. Uno di questi è se ci sia stata continuità fra la città che otteneva lavoro dalle commesse della Marina che da ‘ste parti fece costruire molte delle sue navi per la riorganizzazione della flotta, e l’economia assistita che caratterizza la vita economica locale da quando l’IRI e le Partecipazioni Statali entrano da prim’attori nella vita produttiva nostrana con il corredo di negatività che si portano appresso.
Il convegno lo ha ampiamente evidenziato, ma lo leggiamo in qualsiasi storia della Spezia che ogni industria che qua sorse, la si fece con capitali provenienti da fuori. È un dato assodato e più che noto. Qua di soldi per attività imprenditoriali non ce n’erano nella misura necessaria per supportare l’onere dell’investimento che certo fruttò, ma dopo aver affrontato una spesa iniziale ben gravosa. Ho ricordato più volte come furono gli stessi Spezzini nostri antenati a rimarcare la loro debolezza economica. A ben vedere, pure il porto che fu idea totalmente indigena, lo si fece con il concorso generoso dello Stato.
Come avrebbe potuto essere diversamente? Colonia di Genova, inibita dalla Lanterna ad intraprendere qualsiasi iniziativa commerciale, come si sarebbe potuta realizzare quella che marxianamente si chiama accumulazione primitiva del capitale, il tesoretto che nei secoli diventa forziere grazie ad investimenti, interessi, affari.
Non è così caso che a Speza decolli quando lo Stato crea l’Arsenale che fu volano per il passaggio da paesone a centro moderno.
Ma allora, per tornare alla domanda iniziale, ci fu continuità fra questi due momenti del lavoro alla Spezia?
Io penso proprio di no. Quando sulle rive della Sprugola si campa con le navi della Marina, certo si riceve lavoro dallo Stato, ma le corazzate si sarebbero costruite ugualmente se non qua da un’altra parte. Il Golfo è fortunato perché è privilegiato nella scelta, ma non è il soggetto del progetto di cui rappresenta unicamente il mezzo per realizzarlo. In questo, a mio avviso, risiede la diversità dalla città assistita che, a differenza dell’altro modello, è in più casi il fine di un progetto che di conseguenza si colloca al di fuori del mercato e dal circuito virtuoso delle relazioni economiche in cui girano quattrini che provengono dal lavoro e non dalle erogazioni clientelari ed improduttive della cassa pubblica attenta più al consenso che a creare stabilità finanziaria.

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