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Scuola, non basta il tablet

di Giorgio Pagano

Scuola, non basta il tablet

- Ho avuto la fortuna di frequentare tutti gli ordini di scuola, dalla elementare all’Università. “Da grande” avrei voluto sedermi dalla parte dell’insegnante: fu, per molti anni, il mio obbiettivo. Poi feci un’altra scelta, la mia vita fu “travolta” dalla politica. Oggi sembra impossibile: ma ci fu un’epoca in cui la politica era potente, nobile, aveva un nucleo di speranza. Era il motore del mondo che muoveva le passioni e “travolgeva” la vita. Quando il progetto politico a cui mi ero dedicato -la sinistra- si chiuse del tutto, iniziai una nuova fase della mia vita. Ormai non potevo più fare l’insegnante. Ma, con l’Associazione Culturale Mediterraneo, ho contribuito ad arricchire l’offerta educativa delle scuole superiori spezzine. Così come con le associazioni dell’antifascismo mi sono impegnato per insegnare la storia della Resistenza e per trasmetterne l’eredità. Anche da cooperante sono stato spesso nelle scuole e nelle Università. Fino all’ultimo progetto in Palestina, che è un progetto formativo sull’acqua. Insomma, in qualche modo sono tornato a scuola, realizzando il sogno della mia gioventù.
Il Covid-19 mi ha tolto tutto questo. La scuola ora si fa con i monitor e i tablet. Il 25 aprile l’ho passato davanti al computer. E anche il progetto palestinese sta per diventare un progetto formativo a distanza. Insomma: avanza un nuovo modello di scuola.
Non credo, tuttavia, che questo nuovo modello possa sostituire efficacemente il precedente. Sono stato seduto sui banchi e sulla cattedra, nella classe. E sono certo che non esiste, come ha scritto Alberto Asor Rosa, “uno strumento pedagogico più straordinario”.
Da studente ho avuto insegnanti che mi hanno dato tantissimo. Ma la loro non era solo una lezione dall’alto. Era anche scambio, aiuto da parte loro perché assumessi un mio punto di vista autonomo. La classe, inoltre, era fatta da altri studenti: anche loro hanno contribuito alla mia formazione. Quelli che mi copiavano o che mi facevano copiare, quelli che imparavano, discutevano, studiavano, crescevano con me. Eravamo, tutti insieme, una “comunità intellettuale” perché eravamo una “comunità fisica”.
La stessa esperienza l’ho fatta, decenni dopo, da “insegnante”. Ho imparato chi sono i giovani, e ho modificato tante mie opinioni, grazie ai rapporti “fisici” con loro. A volte non serviva neppure ascoltarli, bastava guardarli mentre parlavo o parlavano gli altri insegnanti.
Nel mio ebook “Africa e Covid-19 Storie da un continente in bilico” racconto che anche in Africa, con il lockdown, sono state chiuse le scuole. Solo nelle città si praticano forme rudimentali di insegnamento a distanza, per il resto i bambini sono sulla strada, abbandonati, senza nemmeno il pasto a pranzo che la scuola garantiva. Chi ha la fortuna di seguire le lezioni attraverso internet o la tv, non è però soddisfatto. Dice Benayas, un bambino etiope di Addis Abeba: “Ho sognato sempre di stare a casa a dormire, a mangiare, a giocare, ma adesso non sono affatto contento di non poter trovare i miei amici”.
Naturalmente queste considerazioni non offuscano il lavoro preziosissimo fatto dagli insegnanti che hanno tenuto in piedi il sistema formativo con le lezioni a distanza. Ho ascoltato e visto lezioni competenti e appassionate. Ma la classe non si rimpiazza.
Il che non vuol dire che la scuola “pre Covid-19” andasse bene, anzi. Come Associazione Culturale Mediterraneo da anni sosteniamo che serve una riflessione sull’”anima” della scuola italiana: missione, ruolo, identità, fondamenti valoriali di base da dare alle nuove generazioni, rapporto scuola-cultura-Paese… Questo significa mettere al centro il processo educativo e il fondamento culturale e civile della scuola, non la sola istruzione. Per quest’ultima forse basta il modello in remoto. Ma per una scuola che non si limiti a fare apprendere meccanicamente e aridamente nozioni, che trasmetta invece cultura della cittadinanza, pensiero critico, desiderio di sapere, serve la “comunità fisica-intellettuale”, serve la socialità. Quella tra allievi e quella tra allievi e docenti. La “didattica a distanza” è una contraddizione in termini. Dobbiamo contrastare l’adattamento passivo a una situazione che contraddice l’essenza della vita stessa della scuola, perché, come ha scritto Massimo Recalcati, “non esiste trasmissione didattica del sapere se non attraverso una relazione umana”.
La scuola è abbandonata e offesa da molti anni a questa parte. Ma ora che dobbiamo ricostruire il Paese, da dove cominciare se non dalla scuola?

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Punta Corvo (2014) (foto Giorgio Pagano)


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