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Sarzana, deserto rosso

di Giorgio Pagano

Sarzana, deserto rosso

- Il 4 marzo scorso, alle elezioni politiche, anche a Sarzana la sconfitta del Pd fu pesantissima: il partito, con il 27,03%, finì al terzo posto, dietro il centrodestra (34,31%) e il M5S (30,06%). Il Sindaco Alessio Cavarra commentò: “Ma le amministrative sono altra cosa”. Non è andata così, e lo si capiva già allora (si legga, in questa rubrica, “Squadra che perde non si cambia”, 2 aprile 2018). Cavarra ha ottenuto al primo turno il 31,7% (il Pd il 24,04%), 3.649 voti: cinque anni prima aveva ottenuto il 66,90%, 6.755 voti. Dopo una simile Waterloo -il dimezzamento dei voti- era chiaro che al ballottaggio non ci sarebbe stata partita: e infatti Cavarra si è fermato al 43,5%.
Le due sconfitte -alle politiche e alle amministrative- ci fanno capire che la seconda sconfitta ha certamente cause anche nazionali, ma ha pure chiare radici locali. Anche a Sestri Levante, per fare l’esempio a noi più vicino, il Pd ha perso alle politiche: ma poi Valentina Ghio è stata riconfermata Sindaco già al primo turno, con un risultato migliore rispetto a quello di cinque anni prima. Perché, a differenza di Cavarra, è stata un buon Sindaco.
Gli errori dell’ex primo cittadino sarzanese li ha ben descritti Benedetto Marchese su questo giornale (25 giugno 2018): la cacciata della sinistra dalla Giunta (con l’aberrante motivazione che non sosteneva la candidata del Pd in Regione!), il passaggio in maggioranza di Sara Frassini, che era stata la candidata a Sindaco del centrodestra, l’appoggio all’impresentabile consigliere eletto con i Cinque Stelle ma mai presente in Consiglio Comunale, la rottura con una parte del Pd, la crisi di Marinella e i tanti errori che l’hanno accompagnata (tra cui l’arrivo in pompa magna del presunto salvatore Farinetti), il finanziamento perso per il risanamento sismico delle scuole Poggi-Carducci, la crisi del commercio, la partecipazione solo di “facciata”…
Aggiungo: nessuna “visione” del futuro della città dopo l’esaurimento del modello di sviluppo fondato sulla Variante Aurelia e sul progetto Marinella, nessuna idea su come riconquistare un ruolo ed evitare il declino di Sarzana. E una chiusura, una autoreferenzialità spaventose. Un piccolo esempio personale: io ho cercato, nel mio piccolo, di dare una mano a Sarzana con l’Associazione Culturale Mediterraneo, organizzando alcuni incontri, tra cui quello con lo storico Franco Cardini, e mostre. Senza chiedere nulla in cambio. Ho trovato ascolto nell’allora assessore alla cultura Sara Accorsi (che poi, non a caso, si dimise), ma da Cavarra ho preso solo insulti: perché avevo “osato” sostenere che un modello di sviluppo era finito e che bisognava puntare di più sulla cultura. Ma se ogni critica costruttiva viene vissuta come un complotto, se ci si abitua a vivere solo con il proprio “cerchio magico” che ci dà sempre ragione, è finita: come è successo a Renzi e, “giù per li rami”, a Federici, a Cavarra e ai tanti amministratori del Pd chiusi nei loro bunker.
Non c’è dubbio che, anche a Sarzana, la cosiddetta sinistra sia stata concepita come una sinistra castale, che si è data come compito quello di riprodurre se stessa (il che accade ovviamente in modo ogni volta sempre più piccolo). E che sia apparsa come sistema di potere clientelare e incistato con il mondo degli affari. Ero in Africa e quando potevo leggevo “Città della Spezia”. Quando una candidata con Cavarra scrisse: “I sarzanesi dovrebbero ricordarsi, in certe circostanze, quello che il partito ha fatto per loro. Perché dopo la sistemazione di un parente al lavoro, dopo l'assegnazione di un alloggio, dopo lo sgravio di utenze domestiche... Non bisognerebbe sputare nel piatto dove si è mangiato fino a ieri oppure dove si continua a mangiare”, capii che la disfatta sarebbe arrivata, senza scampo. Così come lo capii leggendo che il confronto “a sinistra” su possibili alleanze al ballottaggio si stava arenando sulla costruzione -tanto per cambiare!- di un supermercato.
Naturalmente, come dicevo, la Waterloo sarzanese ha cause anche nazionali. In primo luogo la crisi economica, l’incapacità del Pd di affrontarla e il suo scollamento dai ceti popolari. Gli elettori hanno scelto forze non di sinistra ma hanno dato un voto di sinistra, che faceva cioè propri i temi un tempo di sinistra: pensioni, bassi salari, precarietà del lavoro… Hanno scelto forze non di sinistra perché non hanno più trovato la sinistra, ma un partito “successore sistemico”, dal punto di vista della rappresentanza sociale, di Berlusconi. Marchese ha fatto riferimento, nel suo articolo, a Oscar Farinetti. Chi fece venire Farinetti si impegnò anche per fare arrivare Amazon a Spezia. E’ la prova che la cosiddetta “sinistra” ha esaltato come innovatori una fetta sociale di imprenditori fortunati, come appunto Farinetti o come quelli di internet, che approfittano del fatto di trovarsi, o per merito o per caso o per appoggi ricevuti, a controllare posizioni di monopolio naturale. Aver glorificato queste figure come se fossero i benefattori dell’umanità, quando invece pensano solo ai loro affari, è stato un tragico errore.

LA SINISTRA HA UN FUTURO?
La sinistra può avere un futuro se ricostruisce legami sociali e culturali perduti nella grande trasformazione di questi anni: se ricostruisce un popolo, prima ancora che una classe dirigente o un partito. Se riunifica il mondo del lavoro e se riparte dal protagonismo dei poveri, dei sommersi e non solo dei salvati. Da questo punto di vista è vitale il suo rapporto con il sindacato. Serve un sindacato che sia anche “coalizione sociale”, come proponevano Maurizio Landini e Stefano Rodotà: per creare un fronte largo che affermi il principio che il lavoro, e il lavoratore, non è una merce. In questo sindacato e in questa sinistra devono avere un posto centrale il “reddito di dignità” per cui si batte Libera, le iniziative dei braccianti schiavi nel Sud, le lotte dei riders o dei lavoratori della logistica. Nel dicembre 2017 si tennero a Roma due grandi manifestazioni: quella della Cgil per le pensioni e quella dei sindacati di base con i braccianti schiavi e i lavoratori non contrattualizzati. Due mondi divisi. Ma se non si tengono insieme, il primo continuerà a votare Lega, il secondo M5S. Il mondo del lavoro, diviso, non va a sinistra. La Cgil sta andando verso il congresso: se salverà se stessa -nella sua autonomia- contribuirà a salvare anche la sinistra politica.
La sinistra può avere un futuro, inoltre, se sarà europeista: radicalmente antiliberista e critica verso l’Europa così com’è, ma europeista, non sovranista. La riflessione sulle migrazioni è decisiva: significa ripensare lo Stato. C’è una sinistra che rimane aggrappata allo Stato, immaginando così di contrastare la “finanza globale”. E c’è una sinistra che guarda oltre lo Stato, guidata anche dalla carica sovversiva delle migrazioni. E’ questa -la sinistra che non tradisce la sua vocazione internazionalista- la sinistra che può avere un futuro.
La sinistra può avere un futuro, infine, se non sarà più casta. L’antidoto alla tossicità del potere è la sua socializzazione, la sua democratizzazione: cioè un’alternativa radicale ai partiti così come sono. Una politica fondata sulla partecipazione, che non sia arte del comando e del governo delle persone ma arte per aiutare le persone a governarsi da sé. Una politica che colga la nuova importanza dell’individuo nel lavoro e nella società e la traduca in un nuovo pensiero politico, non in un’enorme attenzione alla propria persona e alla propria carriera. Una politica che sia investimento sugli altri, in primo luogo sui più poveri, e non su se stessi.

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Filattiera, il fiume Magra (2014) Giorgio Pagano


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