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Ultimo aggiornamento: Sabato 19 Agosto - ore 13.42

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Ripartire dalle donne e dagli uomini semplici

di Giorgio Pagano

Ripartire dalle donne e dagli uomini semplici

- Olga Furno ha 96 anni, sta bene e ha una memoria ancora vivissima. Di famiglia antifascista, decise di diventare staffetta partigiana nei primi mesi del 1944, quando seppe della morte, per mano nazifascista, del fratello Luigi, partigiano della Brigata “Cento Croci”. Era stato catturato a Boschetto di Albareto. “Sono sempre stata comunista”, mi dice. Come il marito, Luciano Gianrossi “il sordo”, che combatté in Val di Magra, prima nella Brigata “Leone Borrini”, poi nella “Ugo Muccini”: portò in spalla il suo comandante ferito, il pitellese Bruno Caleo, e in questo modo lo salvò. Olga è nata a Villa Andreini, e lì abitava quando cominciò a fare la staffetta per le SAP (Squadre di Azione Patriottica). Ecco il suo racconto: “Dipendevo da Casalini, detto ‘l’omino’, che mi dava messaggi da portare ad Angelinelli a Isola… lì un compagno di una certa età a volte mi conduceva ai monti… portavo volantini, bandiere cucite da mia madre, scarpe, sigarette… a piedi o in bicicletta… ce l’ho sempre fatta, nonostante i rastrellamenti, sono stata fortunata”. Ricorda come fosse oggi l’assassinio, il 20 febbraio 1945 a Villa Andreini, di Angelo Petriccioli: “Ho visto tutta la scena dalla finestra di casa, veniva da me a portarmi dei soldi, prima si è fermato in una casa vicina, una brigata nera l’ha visto… a Angelo si è inceppata la pistola, c’è stata una lotta a terra, lui è morto per un colpo al collo, il fascista gridava ‘ho ucciso un partigiano’… è stato a terra 4-5 giorni, perché tutti potessero vedere… io sono stata tra le donne che l’hanno lavato e deposto nella bara, ho preso l’orologio e dal portafoglio i soldi e un foglio con i nomi dei partigiani, poi ho fatto avere tutto alla famiglia… le altre donne lo hanno portato a Isola in un carretto coperto d’erba, i tedeschi le hanno fatto passare nonostante fosse in corso un rastrellamento”. Olga ricorda bene anche l’eccidio della Flage, a Migliarina (novembre 1944): “I repubblichini mi hanno fermata mentre passavo, per costringermi a vedere i morti”. Come tutti i migliarinesi ha nel dna l’antifascismo, perché conserva la memoria degli orrori commessi dai repubblichini: “Capitani e Guerra erano tremendi, portavano i ragazzi ai loro festini e poi li facevano sparire”. Il giorno più bello fu il 25 aprile: “Ero su un camion in piazza Concordia, ci applaudivano e ci riempivano di fiori”.
Olga è ancora “resistente”, ferma e coerente nei suoi ideali. Non si è mai piegata. Nel 1952 fu costretta a emigrare in Argentina con il marito, poi morto sul lavoro in fonderia. Lei era incinta della figlia. Riuscì a entrare due volte nella “Casa Rosada” di Buenos Aires (l’edificio sede del Governo) per incontrare il mitico Juan Domingo Peron, allora Presidente della Repubblica, e avere da lui il permesso di tornare in Italia. Ascoltando Olga, viene in mente che l’apporto femminile non fu solo un “prezioso” contributo alla lotta partigiana, ma una condizione indispensabile per l’esistenza stessa della lotta: la Resistenza non si sarebbe potuta sviluppare senza l’apporto delle donne. E viene da riflettere sui valori e i caratteri del mondo femminile: quelle donne che rischiano la vita per lavare un corpo ucciso e consegnarlo alla famiglia sono il simbolo della capacità appassionata di amare e di soffrire, del senso di giustizia e della pietà.

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Gino Sentieri è più giovane di Olga, ha 91 anni ed è nato a Pignone. Sempre presente alle manifestazioni, è in ottima forma. Iniziò a partecipare alla Resistenza dopo l’8 settembre 1943, quando rientrò a Spezia (era militare in Piemonte). Si legò a un gruppo di ragazzi che cominciavano a vedersi e a organizzarsi a Spezia: “Diventai partigiano per combattere i fascisti e soprattutto i tedeschi… avevamo un po’ di armi che erano state abbandonate dopo l’8 settembre, volevamo sparare ai tedeschi, ma non sempre potevamo farlo, eravamo troppo deboli rispetto a loro”. Il tramite per il gruppo fu Varese Antoni, della Chiappa (fu poi Sindaco della città e parlamentare comunista), ma Gino ricorda di aver conosciuto allora anche un altro dirigente comunista, Giuseppe Fasoli. Gino, però, era socialista, e lo rimase fino alla nascita dell’Ulivo, negli anni Novanta. Quel gruppo di giovani ribelli fu arrestato quasi subito e rinchiuso nel famigerato XXI° Reggimento Fanteria (dove oggi c’è il complesso scolastico “2 giugno”). Gli altri furono tutti deportati nei campi di concentramento in Germania, nessuno tornò. Gino si salvò per l’intercessione di un repubblichino di Pignone. Tornò a casa per qualche tempo, partecipò alle attività della Brigata Costiera, una piccola formazione partigiana finalizzata soprattutto al controllo del territorio, operante tra le Cinque Terre e Deiva e nella bassa Val di Vara, poi salì ai monti nella Brigata garibaldina “Gramsci”. Gino porta sempre con sé il distintivo della Brigata, con la stella rossa e la scritta “caposquadra”. In seguito fu nel Battaglione “Vanni”, sotto la “Gramsci”. Il suo comandante di Brigata fu sempre Luciano Scotti; quello di compagnia, con cui ogni tanto aveva da discutere, era “Richetto” di Scogna, da non confondersi con il “Richetto” della “Cento Croci”. Ammette che “nella ‘Gramsci’ c’era un po’ di confusione… per questo quindici di noi passarono alla Colonna ’Giustizia e Libertà’, ma non cambiarono idea politica”. Il nome di battaglia di Gino era “Tedesco”: “Catturammo, sul Bracco, un maresciallo delle SS, si liberò e fui costretto a ucciderlo… presi i suoi vestiti e i suoi scarponi, che mi salvarono sul Gottero nel rastrellamento del 20 gennaio ‘45”. “Tedesco” operò tra Scogna, Cornice e il Bracco. Ricorda uno scontro a Pogliasca di Borghetto Vara: “Venivamo da Levanto, avevamo con noi quaranta litri d’olio offerti da Pietro Zoppi (che nel dopoguerra fu Sindaco di Levanto e parlamentare democristiano), ci fu uno scontro con due morti”. E poi i combattimenti al Bracco (“abbiamo fatto scoppiare una corriera piena di munizioni”), il rastrellamento del Gottero (“ero a Cornice… ricordo solo il freddo e la fame… dopo tre giorni abbiamo cotto una pecora, ma quando era cotta non c’era più, l’abbiamo mangiata cruda dalla tanta fame che avevamo”), la battaglia di Pieve di Zignago in cui fu ucciso Astorre Tanca, fino all’ultimo combattimento, quello di San Benedetto, che precedette di poco la Liberazione. Tra i suoi compagni ricorda un austriaco: era di scorta, fu preso prigioniero e divenne partigiano con il nome “Fulmine”. E il 25 aprile? Purtroppo “Tedesco” aveva usato male le medicine contro i pidocchi e si era ammalato: “Lo passai al pronto soccorso, senza divisa, fasciato in un lenzuolo”. Nel dopoguerra, con il suo fisico eccezionale, non poteva fare che la guardia giurata. La forza non gli manca: è venuto a Valmozzola, per la manifestazione in ricordo dell’eccidio, e abbiamo dovuto convincerlo a salire nel pullman dell’Anpi, perché avrebbe voluto venire guidando la sua macchina! Né gli mancano l’appetito e il buon umore, come ha rivelato il successivo pranzo partigiano. Quando abbiamo potuto sorridere, tantissimi anni dopo, di quella pecora cruda divorata sul Gottero!

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La forza e l’appetito non mancano neppure a Leopoldo De Geromini, partigiano della “Cento Croci”, classe 1922: 94 anni. Ci siamo visti a Mezzema (il borgo del deivese che il Sindaco Gerolamo Bollo, socialista ed ex comunista, definiva “la cellula rossa”), a pranzare dal mitico “O Baccin”. Leopoldo, per tutti Poldo, si era imbarcato per lavoro in una petroliera del Golfo Persico, ed era rientrato qualche mese, per il troppo caldo, proprio nei giorni attorno all’8 settembre 1943. “Bisognava scegliere: o si stava con i fascisti e i tedeschi o con i partigiani”, spiega. Lui non ebbe dubbi, e diventò il partigiano “Freccia”. Cominciò anche lui, come Gino Sentieri e come molti ragazzi di Deiva, nella “Brigata Costiera”, per poi approdare alle formazioni garibaldine: nel suo caso la “Cento Croci”, che era in realtà una “brigata mista”, in cui convivevano -con problemi- i comunisti e la componente militare e moderata, che esprimeva il comandante, Federico Salvestri “Richetto”. “Freccia” racconta: “Con la ‘Brigata Costiera’ facemmo diverse azioni, ma non si poteva in pianura fare di più, di fatto ci sciogliemmo per salire ai monti… dopo pochi mesi ero nella ‘Cento Croci’, con ‘Richetto’ comandante e Terzo Ballani ‘Benedetto’ commissario politico… quando salimmo verso la nostra nuova Brigata, don Luigi Canessa, il cappellano della ‘Cento Croci’ non ci riconobbe e stava per spararci!”. Poldo ha ottimi ricordi sia di ‘Richetto’ che di ‘Benedetto’, ma soprattutto di Alberto Perego “Wollodia”, che sostituì ‘Richetto’ dopo la sua cattura durante la battaglia del Gottero. L’episodio portò alla scissione della “Cento Croci”. Lui rimase con i garibaldini di “Wollodia”, che aveva, racconta, “grandi doti militari”. Il ricordo va al suo compagno deivese Quinto Rezzano, con cui condivise quasi ogni momento della vita partigiana. Con noi c’è il figlio Vito, ex Sindaco di Deiva, e c’è Alfredo Barbieri, altra figura “storica” del Pci e della sinistra deivese. I ricordi di Poldo e di Vito, che riporta i racconti del padre scomparso, coincidono. Il pensiero va poi a Varese Antoni, a Ferruccio Pellegrinelli, il pugile, e agli eroi della “Cento Croci”: Nino Siligato, siciliano, caduto a Codolo di Pontremoli, e Calogero Aiello, “ucciso per salvare i suoi compagni, tra Bedonia e Borgotaro”. Ma anche ai partigiani più umili e forse anche un po’ sciocchi, come Giuseppe Barbieri “Silvio”, che in un’azione in cui gli altri partigiani stavano sparando, scappò con le munizioni: ci fu chi voleva ucciderlo per punizione, ma tutti gli altri vollero salvarlo. Il ricordo, e la riconoscenza, vanno soprattutto ai contadini: “Ci hanno aiutato molto. Portavamo pericolo ma ci aiutavano, ci sfamavano… erano partigiani anche loro, che rischiavano più di noi perché non potevano difendersi”. Poldo, nel dopoguerra, tornò a navigare, e fece per tanti anni il cuoco di bordo. Di fronte ai ravioli fatti in casa di “O Baccin” non poteva non venirgli in mente il Gottero, e la fame dopo tre giorni nella neve ghiacciata: “Trovammo in una baita delle patate, che mettemmo a cuocere… ma le mangiammo crude per la fame, con le labbra spaccate dal freddo”. O l’episodio di Salino, tra San Pietro Vara e Velva: “Finalmente trovammo da mangiare, ma non ci riuscimmo, lo stomaco era chiuso per via della troppa fame”. Prima di lasciarci, l’ultimo pensiero va alla moglie Lidia, scomparsa da poco: “Lei non era fascista, ma la sua famiglia sì… per rappresaglia tagliavamo i capelli alle donne fasciste, io li tagliai proprio a lei…ho rasato la donna che poi diventò mia moglie!”.

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La cosa più bella che mi è capitata con il mio libro “Eppur bisogna ardir” non è tanto l’attenzione suscitata nelle presentazioni in giro per Liguria, Toscana ed Emilia, quanto il fatto che in molti mi hanno cercato per incontrare altri partigiani e raccontare nuove storie, per salvarle dal silenzio e trasmettere, in questo modo, l’eredità politica e morale della Resistenza. Perché è innanzitutto così che possiamo restituire i valori di quegli anni ai giovani di oggi: adoperando le parole dei partigiani, le loro testimonianze, le loro storie di vita. Soprattutto quelle delle persone, donne e uomini, più semplici: come Olga, Gino, Poldo. Partigiani e, più in generale, resistenti: perché la Resistenza non è stata solo armata, ma anche sociale e civile.
Ho maturato questa convinzione quando ho visto, nel 2009, il film “L’uomo che verrà”, in cui il regista Giorgio Diritti ricostruisce la vicenda di una famiglia contadina che verrà massacrata assieme a tante altre nella strage di Marzabotto. E’ un film sulla Resistenza che mette in scena non tanto i partigiani quanto gli altri “eroi”, le persone comuni: le donne soprattutto, i bambini, i contadini…
Questa convinzione mi si è rafforzata dopo alcune letture recenti, in particolare “Il tempo migliore della nostra vita” di Antonio Scurati e “L’eco di uno sparo” di Massimo Zamboni. In entrambi la Storia si intreccia con le storie. Nel primo le vicende di grandi figure -come quella di Leone Ginzburg, ebreo, apolide, azionista, antifascista e cofondatore dell’Einaudi, che morì nel ’44 in un carcere fascista- vengono raccontate insieme a quelle di persone comuni, e la parabola di Ginzburg si allaccia e stringe idealmente a quella dei nonni dell’autore. Il secondo libro è molto più complesso: l’autore è un uomo di sinistra, ex musicista dei Cccp e Csi, che scava sulla morte del nonno fascista per mano partigiana. Ci sono Togliatti e i sette fratelli Cervi e soprattutto tante piccole storie di persone, di oppressi e di oppressori, in un racconto che è una sorta di piccolo trattato di antropologia emiliana.
Ecco, è da qui, dalle persone, che si deve ripartire. Il nuovo “Pantheon” di cui oggi sentiamo il bisogno non deve essere fatto per i grandi uomini, ma per le persone comuni, in primo luogo per tutti quegli italiani che, spesso indipendentemente dalla loro appartenenza politica, si sono battuti per la loro emancipazione personale e per quella di tutti, non solo per l’io ma anche per il noi. Ripartiamo dalle donne e dagli uomini semplici che hanno fatto la Resistenza. Dalle donne e dagli uomini semplici della nostra storia del dopoguerra e di oggi. Quindi ben oltre la configurazione antifascista. Ma facciamolo animati dalla stessa scelta morale di settant’anni fa, dall’ “ardir”, dal coraggio per il bene, per la cura degli umili e degli oppressi, per la partecipazione civile, per la libertà e la democrazia. La Resistenza e la Costituzione ci indicano non solo il valore della scelta morale ma anche una concezione della politica. La politica come virtù e progetto del futuro, non solo come tecnica ed esercizio del potere. La politica dei fini, non solo dei mezzi. Questa scelta morale e questa concezione della politica sono stati, innanzitutto, vissute dalle persone. La Resistenza e la Costituzione non sono stati semplici compromessi tra partiti, ma momenti radicati nella società, nelle persone.
Non invento nulla. Quando mai una forza nuova si è affermata nella politica e nelle istituzioni se prima non si è palesata come un movimento reale della società, come una somma di tanti cambiamenti personali, come l’affacciarsi di una nuova cultura? La mia sinistra che non c’è più nacque nelle stalle, nelle fabbriche, nelle osterie: lì si formò un popolo. E la Resistenza nacque dalla libera scelta compiuta da tanti. Nei tempi nuovi la lezione è sempre questa. Anche perché la crisi attuale dell’Italia e dell’Europa non può essere affrontata “dall’alto”, dalla “governabilità” (restrizione del comando, presidenzialismo, liste elettorali bloccate…), ma “dal basso”, da una nuova “rappresentanza” sociale e culturale e da un nuovo protagonismo delle persone.
Vale sempre l’insegnamento della Resistenza. Quello che ci spiega Pietro Benedetti scrivendo alla moglie: “Ma che fare? Vi sono nel mondo due modi di sentire la vita. Uno come attori, l’altro come spettatori” (“Lettere di condannati a morte nella Resistenza italiana”). Non è “dall’alto” dei poteri costituiti, da soli, che possiamo pensare di ricevere la salvezza. Sono i germogli che nascono nella società, spesso tra i più umili, dove si trova talora la consapevolezza che manca altrove.

Post scriptum:
Per una migliore comprensione delle vicende di Gino e di Poldo si possono leggere, in questa rubrica:
“L’epopea del Gottero”, 25 gennaio 2015
“Il Battaglione ‘Vanni’, una storia ancora da raccontare”, 15 marzo 2015
“’Richetto’, Tino e la ‘santa pattona’”, 18 gennaio 2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sao Tomè, Nova Moca, il vecchio e la bambina (2016) (foto Giorgio Pagano)


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