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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 25 Aprile - ore 22.44

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Reddito di dignità, ecco il nuovo welfare

di Giorgio Pagano

Reddito di dignità, ecco il nuovo welfare

- La campagna elettorale si è avviata in modo preoccupante. Ogni competitor non presenta un progetto politico e programmatico, ma proposte di bandiera: soprattutto una grottesca cantilena di abolizioni. Via tasse, via obblighi, via fastidi. Senza spiegarci come, con quali soldi, con quali conseguenze. Come Donald Trump, che ha vinto dicendo no a tutto. Ma l’esperienza americana del dopo Trump insegna che non basta rimuovere i problemi: bisogna risolverli.
Servirebbe una campagna elettorale con proposte in positivo, capaci di costruire il futuro. Una di queste è il “reddito di dignità” o “reddito di base”, di cui pure si parla, ma spesso a sproposito. Bisognerebbe mettere ordine al caos propagandistico di definizioni di questo “reddito”, per capire esattamente che cosa si propone. Molti lo citano, ma per intendere misure molto diverse tra loro.
La definizione di “reddito di dignità” è stata lanciata due anni fa da una campagna di Libera, Basic Income Network-Italia e altre associazioni. Con questa misura si intende un “reddito minimo garantito” o “universale”, rivolto a tutti gli individui poveri e precari e non alle famiglie, “universale” appunto e incondizionato, commisurato alla dignità della persona e allo sviluppo delle sue possibilità lavorative. Il senso della misura lo comprese già nel 1966 l’economista James Tobin, premio Nobel nel 1981 e inventore della tassa sulle transazioni finanziarie: il reddito serve a “assicurare a ogni famiglia un tenore di vita dignitoso a prescindere dalla sua capacità di guadagno” e a “costruire la capacità di ognuno di guadagnare un reddito”. Rifiutando il ricatto del lavoro povero, per esempio. Dunque il “reddito” non esclude il “lavoro”, ma implica un’altra idea di lavoro, più “dignitoso”.
In campagna elettorale si discute di “reddito”, ma si intendono misure diverse dal “reddito di dignità” o “reddito base” o “reddito minimo garantito” o “universale”. Silvio Berlusconi parla di “reddito di dignità”, ma intende un trasferimento pubblico, pari a mille euro, di contrasto alla povertà destinato a coloro che sono sotto il livello di povertà assoluta. Il Movimento 5 Stelle parla di “reddito di cittadinanza”, un reddito minimo condizionato allo scambio con un lavoro. E’ lo stesso meccanismo del “Reddito di inclusione” approvato dal Governo a guida Pd, ma ben più generoso e rivolto a una platea molto più ampia: 780 euro a individuo contro i 190-massimo 485 euro a famiglia numerosa del “Rei” governativo.
Il “Rei” approvato eroga il trasferimento a una minoranza di poverissimi (circa 500.000 nuclei familiari con figli numerosi), distinguendoli dalla maggioranza degli altri poveri (1 milione 619.000) e ignorando il mondo ancora più grande dei “lavoratori poveri”, che si trovano in una condizione di “povertà relativa”: 8 milioni 465 mila persone, 2 milioni 734 mila famiglie. I soldi stanziati sono pochi, ma la novità positiva della legge è che la misura è “strutturale”: anche il prossimo Governo dovrà rifinanziare il “Rei”.
In questo caos di misure tra loro diverse quella più convincente è senz’altro il “reddito di dignità” nella forma proposta da Libera. Costerebbe? Certamente sì: tra i 14 e i 21 miliardi di euro per un contributo pari alla soglia media della povertà, 702 euro mensili. Il “Rei” è ben al di sotto della soglia di povertà assoluta e copre il 20% del fabbisogno. Ma la cifra richiesta non è impossibile: il bonus degli 80 euro è costato 9 miliardi, mentre gli sgravi contributivi per i neo-assunti precari con il Jobs Act sono costati 18 miliardi. Senza contare che qualche misura di rigore fiscale a carico dei più ricchi e qualche taglio a spese inutili o sbagliate consentirebbe di avere a disposizione molte risorse.
In giro per il mondo, non a caso, aumentano le sperimentazioni del “reddito di dignità” concepito come da Libera. Il Parlamento di Zurigo, in Svizzera, ha adottato la sperimentazione di un “reddito di base incondizionato e universale”. Altre sperimentazioni sono state avviate in Finlandia, nell’Ontario in Canada e altrove.
Le difficoltà che incontra questa misura non sono solo di carattere finanziario, ma anche di carattere politico. La sinistra è spesso scettica, perché pervasa da una cultura “lavorista”. Che è anche la mia, ma che deve cercare di fare i conti con le novità del capitalismo di oggi. Le obiezioni sono tutte sensate, ma non convincenti fino in fondo. C’è chi dice: è meglio varare un piano di investimenti pubblici per creare posti di lavoro. Sono d’accordo, e l’ho proposto più volte: ma oggi non è alle viste, e in ogni caso non assorbirebbe tutta la disoccupazione. Così come non vedo uno scenario di sviluppo economico trainato dagli investimenti privati in grado di dare lavoro -nemmeno precario e malpagato- a tutti. Vanno considerati, poi, gli effetti della “robotizzazione”.
Insomma, dobbiamo pensare a un nuovo welfare in un mondo in cui il lavoro è diventato innanzitutto lavoro precario, in cui cresce l’esclusione sociale, in cui per accedere ai beni fondamentali della vita, come l'istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale è il tentativo di reagire a tutto ciò. Lo argomentò bene Stefano Rodotà, una delle menti più lucide della sinistra: “L'idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l'intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini”.

Post scriptum
Dedico l’articolo odierno a un’amica che se ne è andata in un modo assurdo: portata via dal monossido di carbonio, per il cattivo funzionamento di una caldaia. Si chiamava Hayet Maatoug, era tunisina e viveva a Savona. Con lei, presidente dell’associazione “Gli Amici del Mediterraneo”, e altri amici impegnati in Liguria nella solidarietà internazionale e nella cooperazione fondai, nel 2011, l’associazione Januaforum. Era gioiosa, propositiva, combattiva. Lottava per chi aveva meno e per chi era in difficoltà, soprattutto per i profughi che arrivavano dal suo Maghreb, che trovavano in lei il primo punto di riferimento. Ma il suo popolo, diceva, “era quello del mondo”. Ci saremmo dovuti incontrare ieri, a Genova, all’assemblea di Januaforum, anche per parlare di un progetto di cooperazione in Tunisia. Mi piace ricordarla con il suo messaggio augurale per il 2018 agli amici di Januaforum, in cui c’è tutta la sua gioia di vivere:
“Vi auguro un nuovo anno ricco di matematica: addizionando il piacere, sottraendo il dolore, moltiplicando la felicità e dividendo l’amore con le persone a voi più care ! A tutti voi Buon Anno 2018.
Da Hayet Maatoug e Gli Amici Del Mediterraneo ONLUS di Savona”.

Sull’argomento di oggi si veda, in questa rubrica:
“Reddito minimo per tutte e per tutti”, 28 ottobre 2012

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La Spezia, palazzo di Via XX Settembre 119, costruito nel 1926 su progetto dell'ingegner Gino Bacigalupi (2015) Giorgio Pagano


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