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Quella parola che non si può pronunciare "in fascia protetta"

di BERT BAGARRE

Quella parola che non si può pronunciare "in fascia protetta"

- In verità, non è che sia una delle parole che fa piacere sentire in bocca ai bambini, ma non c’è sprugolotto, sia egli verace o figlio dei tempi nuovi, che almeno una volta nella vita non l’abbia pronunciata. Così è diventata termine rappresentativo del nostro idioma più anche di goto e carega: non scordiamo mai che il modo con cui si comunica, è indice eloquente di appartenenza territoriale.
Questa parola che non scrivo ma che tutti conoscono, denota la caratteristica di genere del maschio. Tuttavia, al di là del significato primario, usiamo il termine in ogni modo possibile: imprecare, manifestare sorpresa e allegria, rivelare stupore o disappunto, ma ricorre nello sprugolean dictionary anche come banale interiezione.
La decliniamo in tanti modi, cambiando l’ultima vocale da “i” ad “a” o “e”. Proprio l’ultima variante è diventata in fretta la più gettonata grazie alla Rodriguez, star del gossip. Che poi, a pensarci bene, il cognome completo di Belén porta anche, al modo castillano, il casato della mamma che è lo sprugolinissmo Cozzani. Infatti, la signora o i suoi avi i vegnivo da-a Ciapa, toponimo che uso senza voler in alcun modo alludere all’altra visuale della gaucha guapa.

Ma da dove salta fuori la parola che non si può pronunciare, né tanto meno scrivere in fascia protetta? C’è chi dice che qualche millennio fa la introdussero a Genova i Fenici, grandi commercianti e marinai del mondo antico che costruirono colonie proprie in ogni dove del grande lago salato fra le terre.
Adoravano un certo Baal, gran capo del loro olimpo, ed il suo era nome che quei Filistei più e più volte invocavano. L’intercalare dei Vichinghi era “bein Gott”, in nome di Dio, e da lì viene fuori bigotto; dal Baal tante volte ripetuto dai Fenici, nasce nell’argot de noautri la parola di cui parliamo senza scriverla.

Questa dei Fenici è solo un’ipotesi che chissà mai se e quanto corrisponde al vero. Tuttavia, se la teoria ci azzecca, allora siamo davanti ad una cosa veramente curiosa e degna di riflessione.
Baal era una divinità che sovrintendeva a tante cose, non ultima la fertilità: di campi, animali e umani. Dirne il nome, allora, era invocazione al nume tutelare che favorisse la riproduzione di cose e persone.
La cosa buffa è che mentre noi ripetiamo a modo nostro l’antica preghiera, siamo cittadini della città più anziana della regione più vecchia perché si vendono sempre meno biberon in questo Golfo bagnato dalla Sprugola.
Dimentichiamo spesso di fare figli, ma nella parlata non scordiamo mai di omaggiare il nume tutelare della riproduzione. Curiosa contraddizione, nevvero?

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