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Quegli acquitrini contesi fra arcolani e vezzanesi

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
Quegli acquitrini contesi fra arcolani e vezzanesi

- Agli Stagnoni, dove ci sono i pompieri, non erano pochi una volta gli acquitrini, né la zona avrebbe potuto portare quel nome se le paludi non ci fossero state. Quest’area era allora ben distante dalla città le cui antiche mura la chiudevano ad est dove oggi sta la Piazzetta del Bastione. Tuttavia, se agli Spezzini interessava poco, certo gli Stagnoni suscitavano gli appetiti di Arcolani e Vezzanesi, tutti impegnati a disputarsene il possesso con accanimento anche feroce per potervi esercitare le culture di lino e canapa, piante notoriamente idrofile e sicure portatrici di ricchezza per chi le producesse.
Un’altra caratteristica della zona erano le tante cavità che si inoltravano decise nel sottosuolo meritandosi l’appropriato nome di profondare.

Dalla gente, però, erano non poco deprecati tutti questi spazi vuoti perché venivano sciaguratamente ad interrompere il circuito virtuoso che si era instaurato fra il coltivatore e la natura ed a causa del quale, da quei tanti ampi buchi evidentemente non si sarebbero potuto raccogliere frutti di alcuna specie. L’immaginazione popolare che alla gente non fa mai difetto, interpretò l’infelice situazione inventandosi la storia di uno sciagurato contadino fedifrago che aveva tradito il suo padrone che, oltretutto, era cieco, la disabilità aumentando la vergogna di chi aveva infranto il rapporto di lealtà. Per questo motivo, non appena il contadino innalza un’ara al suo dio per ingraziarsene il favore e riscuotere per la sua grazia un buon raccolto, il nume immediatamente scaglia quell’altare impuro negli abissi sottoterra. Per il suo anatema si crea così una cavità cui si diede anche il nome di ara profondata, altare cacciato giù.

Così l’epica, quella poca che noi abbiamo, si spiegava la disgrazia del territorio infruttifero facendo ricadere la responsabilità della mancata raccolta su un villano infedele che rappresentava l’uomo incapace di mantenere il patto proficuo stipulato con l’ambiente: una storia che sembra degna dei tempi moderni.
Dirai che le cavità sono fatti naturali, per nulla imputabili all’attività umana. Ma il fatto è che allora il rispetto per la natura non era poca cosa. Se la favola nel gioco delle parti che recita, fa ricadere la colpa sull’uomo che non ne aveva alcuna, mostra la cura e l’attenzione per il territorio al punto che che perfino nella storiellina il peccato non può compierlo un nume tutelare buono e che si fida di noi ciecamente, ma è pronto a vendicarsi con durezza qualora se ne tradisca la fiducia. Mito di una terra che ne ebbe pochi, ma anche bella lezione da imparare a memoria.

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