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Ultimo aggiornamento: Domenica 21 Ottobre - ore 22.25

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Quando l'Italia vinse l'Oscar per la moneta più forte

di Alberto Scaramuccia

UNA STORIA SPEZZINA
Quando l'Italia vinse l'Oscar per la moneta più forte

- Cinquantotto anni fa l’estate fu veramente torrida, così calda che noi fanti andavamo tutti in giro indossando magliette a righine. Non si usava la parola consumismo, ma le mettevamo tutti: chi non la portava era inesorabilmente out, fuori da ogni giro buono.
Ma la temperatura non dipendeva tanto dalla stagione metereologica quanto da quella politica ed era calore che contagiava anche i ragazzotti come me che sentivamo qualche notizia all’unico canale della televisione (beato chi l’aveva). Ma la radio che era ormai in ogni casa e i giornali sfornavano notizie inquietanti.
L’Italia era in pieno boom economico, di lì a poco avrebbe ricevuto l’Oscar per la moneta più forte; tuttavia, la crescita forse troppo tumultuosa acuiva le contraddizioni del sistema e i contrasti fra proprietà e manodopera che, forte dell’aumento della produzione, avanzava rivendicazioni economiche e politiche.
Era problema nazionale: le sinistre aumentavano i consensi mentre la DC, Partito di maggioranza relativa, era divisa fra chi si manteneva fedele alla linea centriste e quanti auspicavano soluzioni più avanzate. Per questo era difficile dare vita a Governi stabili. A giugno ci fu una crisi quasi interminabile che finì con la nomina di Fernando Tambroni, esponente della sinistra DC, a Presidente del Consiglio. Riscosse la fiducia in Parlamento in passaggi tormentati, ma grazie all’appoggio determinante del Msi, il partito neofascista che volle celebrare il suo Congresso a Genova, città Medaglia d’Oro della Resistenza.
La piazza si agitò assai dovunque e ci furono tumulti in tutt’Italia fra la Celere, il reparto antisommossa della Polizia, e i ragazzi con le magliette a righe: ognuno aveva la sua divisa. Gli scontri furono duri a Genova e cruenti a Reggio Emilia con cinque caduti fra i manifestanti.
Ma anche alla Spezia fu battaglia. La città contava allora quasi 122mila abitanti: c’era lavoro, la gente veniva e non scappava, le fabbriche andavano a più non posso ed era forte quella che allora si chiamava coscienza di classe.
Vittorio Gorresio, allora il più importante giornalista italiano, sostenne che il Governo Tambroni tentò un piano autoritario. Chissà se è vero. Ma certo in quei giorni ci fu un grande allarme NATO: truppe paracadutate e aviotrasportate parteciparono ad esercitazioni, mentre unità navali dei paesi aderenti all’Alleanza gettarono le ancore nei più importanti porti militari.
Fra questi scali ci fu anche il nostro: segno non tanto della sua importanza, quanto della considerazione in cui erano tenuti i lavoratori spezzini e le loro organizzazioni politico-sindacali.

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