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Quando i giovanissimi Panatta e Bertolucci incantarono La Spezia

di Alberto Scaramuccia

Quando i giovanissimi Panatta e Bertolucci incantarono La Spezia

- Cinquantadue anni fa di ‘sti giorni il tennis spezzino provò un felice sussulto. Al tradizionale Torneo nazionale estivo partecipò la nazionale junior: otto giovanotti di belle speranze cui faceva da chaperon Sergio Palmieri, un buon prima categoria, oggi grande manager nel mondo delle racchette.
L’evento, organizzato dallo Spezia Tennis, suscitò interesse perché in città e dintorni mai s’erano visti protagonisti di un tale livello e da cui s’aspettavano grandi cose che vennero, anche se non da tutti.
Nei cinque giorni che durò la manifestazione ammirammo un sedicenne Adriano Panatta magro magro che portava già le stimmate del grande che poi si rivelò. A fargli compagnia c’era Paolo Bertolucci che, fatti sfracelli con rovesci e palle corte e finito lo scambio, si soffiava sulla destra per asciugare il sudore (lo imitai subito, purtroppo solo in quello). Se dieci anni dopo vincemmo la Davis, un mattoncino forse fu posto allora.

Fu grande folla di spettatori entusiasti del gioco che si vedeva (i nazionali erano in bella compagnia) e scatenati nel tifo per gli eroi di casa, i nostri quattro moschettieri Giancarlo Benedetti, Luciano Bonati, Roberto Ferro, Franco Paolini. Non sfigurarono di fronte ad un tale cast, ma certi ostacoli si rivelarono davvero difficili da superare.
Lo Spezia Tennis abitava allora allo stadio Montagna. Circolo ambizioso e dinamico per l’apporto di forze fresche arrivate a rinvigorirlo (il tennis iniziava ad essere lo sport alla moda), non nascondeva progetti che allora parevano temerari, ma che a breve si concretizzarono nel nuovo Circolo del Limone.
A presiedere il vecchio Spezia Tennis era il Dottor Gianluigi Cammarano (nella foto, finalista ai Campionati UISP 1964): era uno che vedeva lontano e che, soprattutto, s’era innamorato del tennis. A questa disciplina era arrivato tardi, ma l‘abilità di tirare la pallina oltre e sopra la rete l’aveva subito affascinato suggerendogli idee allora impensabili.
Riuscire ad avere la partecipazione delle otto giovani speranze non fu cosa facile.

Il buon Cammarano ci riuscì per l’interessamento di Antonio Mori, uno spezzino nato in una famiglia dove lo sport era di casa: al padre è intitolata la piscina del Picco; la madre fu una delle prime docenti di ginnastica. Emigrato per lavoro a Milano, fu importante dirigente della Federazione ma non scordò mai da dove veniva. Era diverso dall’ultratecnologico di oggi quel tennis di mezzo secolo fa. Un tennis di legno dove anche le palline erano bianche e faceva scandalo un righino in tinta sul colletto dell’immacolata chemise. Ma com’era bello impregnarla tutta di sudore e imbrattarla di terra rossa!

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