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Quando eravamo un paesone... sporco e fatiscente

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina

- L’avvento dell’Arsenale, inaugurato 150 anni fa fra tre giorni, mutò il panorama cittadino sotto ogni punto di vista: dall’economico al politico, dal demografico all’istituzionale fino al linguistico. Queste sono cose già dette, ma non ci si è chiesto con pari interesse come fosse la Spezia prima che l’Arsenale cambiasse le carte in tavola.
A volte sento o leggo che la Spezia era una bella cittadina operosa, ma non so su quale documentazione si basi questa asserzione. Siccome allora non c’ero, mi rifaccio ai documenti che sono soprattutto le testimonianze di chi sulle rive della Sprugola viveva, non veniva a farci una passeggiata. Magari parlano i figli che dai padri avevano ascoltato la descrizione della città vecchia, ma la migliore definizione della Spezia prearsenalizia dice che era un paesone.

Lo afferma Ubaldo Mazzini nei sonetti (tralascio il commento ché siamo in fascia protetta) e in un articolo in cui, parlando della città nel 1797, sottolinea che pure a quel tempo “la Spezia era piccolo borgo quale fu fino a trent’anni fa”. L’Ubaldo nasce nove mesi prima dell’inaugurazione dell’Arsenale: non ha mai visto l’antica città, ma, per quanto ne avrà sentito dire in casa e fuori, è quasi un testimone oculare.
Sull’identica linea si muovono gli altri commentatori coevi, da Oreste Poggiolini a Davide Tenerani che era più attempato degli altri due, fino a redattori sconosciuti.
Tutti mettono in risalto la sporcizia e la fatiscenza che caratterizzava in molte parti la città.

Un fondo a firma redazionale de “Il Lavoro” della fine del 1896 afferma deciso che la Spezia prima dell’Arsenale era solo “una cittaduzza di venti case luride e sconquassate”. L’affermazione pare eccessiva ed anche gratuita considerando i grandi palazzi gentilizi nel Campo degli Agostiniani e fuori delle mura, ma che non poche aree fossero decrepite lo conferma il tremendo colera del 1884 che si diffuse anche per una situazione igienico-sanitaria deprecabile.
Finita l’emergenza, cercarono di rimediare, ma le lamentele e le proteste non si placarono, segno che il degrado ambientale che non si riusciva a sanare, risaliva a periodi assai precedenti.
La memoria di quella condizione non sparisce nel tempo, ma è sempre presente negli Spezzini di due generazioni dopo la venuta dello stabilimento di cui oggi spengiamo ben centocinquanta candeline. Sono nativi arsenalizi che quando alla fine del 1932 parlano di com’era la loro città settant’anni prima, non esitano ad elogiare la “vertiginosa espansione” che ha fatto “del borgo, una grande città”: come immagine dea vecia Speza non si va oltre.

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