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Ultimo aggiornamento: Sabato 19 Agosto - ore 23.06

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Politica debole senza una burocrazia forte

di Giorgio Pagano

Politica debole senza una burocrazia forte

- Alcuni funzionari della Regione Liguria hanno denunciato su “Repubblica” che “per piazzare i suoi uomini la Regione ha studiato ad arte le regole e le procedure dei concorsi e i requisiti che devono avere i candidati”. L’accusa è circostanziata: concorsi per i vice dirigenti della Regione “cuciti” su misura: bandi che scadono dopo 48 ore; cinque posti, il cui accesso è riservato agli attuali dipendenti della Regione; l’unico a cui possono partecipare gli esterni è quello del direttore del Dipartimento Ambiente, che sarebbe destinato a un fedelissimo del Presidente Giovanni Toti. Il giornale ha avuto le generalità di tutti i vincitori -tutte persone di fiducia del Presidente e dei suoi assessori- ma giustamente non ha pubblicato i loro nomi. Si tratterebbe, se provato, di un esempio da manuale della pratica chiamata “spoil system”: mettere sotto controllo i settori chiave non con i tecnici più bravi ma con quelli “di fiducia”.
Ovviamente non so se le cose stiano proprio così: certo è che nei primi otto mesi di governo sono state sistemate nei ruoli tecnici della Regione e degli enti collegati molte persone accomunate dall’appartenenza politica al centrodestra. Così fan tutti, del resto: la differenza tra centrodestra e centrosinistra, anche su questo punto, si è appannata fin quasi a sparire. In Regione competenze e merito sono stati sbandierati sia da Toti che dai suoi predecessori, ma poi è sempre prevalso il “piazzamento degli amici”. E’ un male italiano: una pervasiva presenza della politica all’interno di ogni settore della nostra vita amministrativa, la subordinazione degli apparati burocratici ai partiti, e oggi ai loro simulacri.
Il problema non è semplice. Come dice Giuseppe De Rita “una politica che non possa contare su una sua buona burocrazia è una politica inerme, destinata a restare in un decisionismo di massima, talvolta puro esercizio di annuncio”. E oggi prevale, continua il sociologo del Censis, “l’inermità”, perché la burocrazia è spappolata e poco innovativa. Ma qual è la causa? La verità è che i partiti non hanno mai voluto una burocrazia preparata, intelligente, responsabile, e hanno sempre auspicato la sua obbedienza al potere politico. Ma l’idea di un apparato amministrativo capace ed efficiente eterodiretto, senza autonomia, è una contraddizione in termini. La politica ha in realtà bisogno di una tecnocrazia competente, che non può andare e venire a seconda delle maggioranze di turno. Come spiega Massimo Cacciari: “Lo Stato moderno si è sempre affermato come un centauro fatto di volontà politica e apparato burocratico. Il problema non consiste nel ridurre quest’ultimo alla prima, ma nel fare in modo che abbiano entrambi senso dello Stato e quindi riconoscano reciprocamente la propria necessità e relativa autonomia”. Insomma, bisogna formare, in Regione, così come nello Stato, nelle Asl e nei Comuni, una vera burocrazia competente, in grado di esercitare una funzione critica positiva nei confronti della volontà politica. Formazione dei dirigenti e dei funzionari: questa è l’idea giusta, purtroppo spenta da anni. Senza una burocrazia “formata” è difficile governare: l’uomo solo al comando prende delle cantonate se si contorna di poche persone “fidate” più propense a fare “cerchio magico” che a mettere in campo le competenze e le esperienze in grado di connettersi con la complessità dei problemi. La pubblica amministrazione non è lo staff della politica: o si capisce questo e si lavora per la sua autonomia o si precipita nell’”inermità”. E i politici di diverso colore saranno ricordati per gli annunci a cui non sono mai seguiti i fatti.
Certo, il mio è un ragionamento a cui si può, anzi si deve, fare un’obiezione, sintetizzata nella domanda: ma se ci sono dei dirigenti incapaci, che fare? Domanda sacrosanta, a cui rispondere con la valutazione dei singoli dirigenti operata dai politici con l’ausilio di indicatori di risultato: una valutazione condotta cioè con la maggiore “oggettività” possibile, al termine della quale è giusto “premiare” o “punire”. I dirigenti vanno cioè formati e poi valutati con rigore. Mi convincono meno le idee del Governo Renzi: far ruotare i burocrati, dare loro incarichi a tempo, ecc. In apparenza qualcosa di buono c’è, ma in realtà è una proposta molto discutibile. Lo ha spiegato molto bene, in linea con il ragionamento che ho svolto finora, Eugenio Scalfari: “Chi assicura la continuità e la tutela degli interessi dello Stato? La classe politica? In democrazia le maggioranze politiche si alternano con frequenza”. Per il fondatore di “Repubblica”, che cita il grande pensiero politico di fine Ottocento e inizio Novecento, da Marco Minghetti a Bertrando Spaventa, da Vilfredo Pareto a Max Weber, la continuità è assicurata solo dai “grand commis”, cioè dai servitori dello Stato il cui complesso è chiamato “pubblica amministrazione”. Che va valutata da un rigoroso “tribunale”, come quello previsto da Spaventa. Ma evitando la subalternità della dirigenza alla politica, che è la causa stessa della debolezza della politica. Perché la politica, per non essere debole, ha bisogno di una burocrazia forte.

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Principe, Sao Joaquim, foce del rio Banzù e praia Caixao (2015) Giorgio Pagano


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