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Ultimo aggiornamento: Giovedì 22 Febbraio - ore 23.10

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Più della virtù di lei contò la formalità di lui

di Bert Bagarre

Più della virtù di lei contò la formalità di lui

- L’onore è ciò per cui il maschio può procedere a testa alta fra la gente, onore che spesso passa per la virtù della sua donna che, diventando proiezione dell’uomo, è derubricata a cosa.
Nell’inverno del 1904 un impenitente dongiovanni attenta alla virtù di un’avvenente sposa di Sprugolandia.
Venutone a conoscenza, il di lei coniuge, pur convinto essere la consorte di cui è fiero, inespugnabile fortezza, punta il disonesto che va ogni mezzodì al centralissimo Bar del Corso per l’aperitivo. Lì, nella pubblica via, lo incoccia e gli rilascia il salutare ammonimento di cinque dita sul viso.
Protagonisti di questa vicenda rusticana sono l’avvocato Ugo B., noto in città anche per essere consigliere comunale, l’impudente Amerigo I., impiegato alla Regia Dogana e la signora che è confinata nel backstage del resoconto dei giornali che informano del fattaccio. Di lei neppure il nome si sa; fa solo tappezzeria come si diceva delle ragazze mai invitate a ballare alle feste. Insomma, neppure comparsa, solo figurante.
L’Amerigo, mentre i giornali dicono che è stato l’offeso, si proclama invece offensore e nomina due padrini per accogliere la richiesta di soddisfazione che deve avanzare l’altro. Però, i due rappresentanti, sentendo le voci che girano in città, declinano l’invito scrivendo al doganiere di aver verificato presso l’avvocato com’erano andate esattamente le cose.
A fronte del rifiuto dei secondi, Amerigo ne nomina immantinente altri due che aspettano le rituali ventiquattr’ore concesse dal regolamento cavalleresco per chiedere soddisfazione. Siccome, però, non si fa vivo nessuno, i secondi designati ad essere secondi, vanno dall’Ugo per chiedergli a nome del loro primo, perché si attardi a chiedere soddisfazione che è già fuori tempo massimo.
L’avvocato li riceve di malagrazia e ribadisce che lui non ha da avanzare pretesa veruna dato che gli schiaffi li ha dati, ma mai e poi mai ricevuti. Nell’imbarazzo dei secondi dell’Amerigo, nel mentre del colloquio, entra la moglie dileggiata: una breve presenza muta ché questo è l’unico spazio concessole, finché i due padrini non s’allontanano non potendo continuare una discussione cavalleresca alla di lei presenza. Così, la vera protagonista suo malgrado dell’offesa, è trattata al pari di una roba qualsiasi.
La diatriba non finisce né al primo né all’ultimo sangue, esaurendosi nella pubblicazione sulla stampa sprugolina dei verbali stilati dai padrini.
Mi pare una bella storia che a me ricorda molto il colloquio di fra Cristoforo con don Rodrigo dove invece che della povera Lucia si parla solo di formalità cavalleresca.

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