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Ultimo aggiornamento: Venerdì 28 Luglio - ore 18.45

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Piazza Brin come un'arena circense

di Alberto Scaramuccia

Piazza Brin come un´arena circense

- Ma come l’è bela a ciassa Brin! Me a penso che la sigia la ciù bela cosa che la gh’è a Speza.
È un’idea che mi viene subito in testa ogni volta che a m-aseto su una panchina per godermi il sole che qua sento ancora più caldo mentre mi guardo intorno compiaciuto, manco a ciassa a l’avessi fata me. So benissimo di non essere imparziale nel giudizio, ma a ghe vogio tropo ben a sta ciassa. Ci giocavo da bimbo correndo intorno alla staccionata che proibiva agli occhi estranei la fontana in costruzione, senza immaginare che poi ci avrei portato i figlioli che pure loro si trastullarono lì, e che all’ombra della fontana avrei aumentato le mie conoscenze per l’attività che vi svolsi qualche decennio fa.
Ma, scopiazzando l’Ubaldo, bela l’è bela, la la veda ‘n guerso.
Eppure una volta non era così. I vecchi dagherrotipi d’antan mostrano un enorme spazio vuoto fra le case degli operai e i palazzi porticati della borghesia. Il look era veramente desolante. Una piazza vuota, niente aiuole, alberetti striminziti e calvi. L’unica ombra la proiettava a terra l’edicola dei giornali in posizione centrale lungo corso Cavour, sì che ti chiedi come facessero a ripararsi dalla calura. Neppure a giesa contribuiva a migliorare l’aspetto, tozzo parallelepipedo non ancora slanciato verso le nuvole dai campanili che si fecero più avanti, quello di sinistra inaugurato il primo giorno del ’16, l’altro ancora in corso d’opera cento anni fa.
Tutto quello spazio vuoto, tuttavia, non trovandosi altro modo per utilizzarlo, tornava utile per gli spettacoli che elevavano la piazza al rango nobile di area circense, grande arena popolare.
Là si esibirono gli uomini sul filo, l’austriaco dal nome impronunciabile ed il suo allievo Ivo. Passeggiavano fra cirri e zeffiri, il passo scandito dal garrire delle rondini, i piedi posati su un robusto canapo d’acciaio che si dipanava dall’alto della chiesa al tetto del palazzo dirimpetto.
Ci vennero i baracconi del tiro al bersaglio, ma la cronaca registra che a segno andò una banda Bassotti indigena lesta a profittare dell’assenza del proprietario allontanatosi per il pranzo, per svaligiare il carrozzone.
Ma cento anni fa la piazza ospitò anche il circo con i pagliacci, i cavalli, le scimmie e i leoni.
Se ci si chiede da dove derivi lo spirto guerrier che ancora ai giorni nostri rugge entro il petto del popolo umbertino, beh, la risposta, per la mia modesta opinione, è che quei felini che si esibirono nell’ormai lontano 1917, lasciarono un’eredità: l’impronta bellicosa che non ci mette nulla per scatenarsi all’ombra della fontana e dei suoi zampilli.

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