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Ultimo aggiornamento: Sabato 23 Febbraio - ore 14.45

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Osvaldo Prosperi e la ricostruzione di Spezia

di Giorgio Pagano

Osvaldo Prosperi e la ricostruzione di Spezia

- Chissà quanti sono gli spezzini che, passando per via Prosperi, la strada del “mercato del martedì”, sanno che Osvaldo Pacifico Prosperi fu, per cinque anni (1946-1951), il Sindaco della città. Forse non molti, perché poco si è fatto finora per ricordare questa figura, e più in generale per riflettere su come Spezia visse la fase storica dell’immediato dopoguerra.
Nei giorni scorsi, in Comune, ho ricordato a dieci anni dalla scomparsa il Sindaco Varese Antoni, primo cittadino dal 1951 al 1957 e poi nuovamente negli anni Settanta (l’intervento è leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com), e oggi mi viene naturale, nella rubrica, soffermarmi sul suo predecessore, di cui Antoni fu stretto collaboratore.

UN MEDICO AL CONFINO
Prosperi e il farmacista dottor Carlo Tapparo furono i due primi spezzini confinati dal fascismo per motivi politici: Prosperi fu arrestato il 19 novembre 1926 e condannato, con Tapparo, a cinque anni di confino a Lipari.
In realtà Prosperi non era spezzino di nascita, perché era nato nel 1887 a Treia, un paesino in provincia di Macerata. Dopo la laurea in Medicina a Roma, entrò nel 1914 nella Marina Militare con il grado di tenente medico. Diventato capitano, andò come volontario in Marina nella Prima guerra mondiale, impiegato nel basso Piave. Fu probabilmente durante la guerra che cominciò in lui la maturazione della scelta politica socialista: nel 1920 Prosperi chiese l’aspettativa dal servizio militare attivo per specializzarsi all’Ecole Dentaire Superieure a Ginevra, si dimise nel 1922 e si stabilì a Spezia per esercitare la professione medica. Nel 1923, dopo la marcia su Roma dei fascisti, aderì al Partito Socialista Unitario. Un caso raro, per un ex ufficiale di Marina appartenente alla media borghesia. Il 1923 fu, a Spezia, l’anno dell’aggressione squadrista che portò all’esilio in Francia di Angelo Bacigalupi, il primo deputato socialista della provincia. Il 1924 fu l’anno del delitto Matteotti. La dittatura si avviava a diventare regime. Prosperi divenne il fiduciario spezzino del Psu, fu radiato dalla Marina, percosso più volte e confinato. E’ in questa fase che va collocata la sua evoluzione verso il Partito Comunista. Nuovamente arrestato nel 1939, fu confinato a Pisticci in Basilicata. Prosperi restò lontano da Spezia fino a guerra inoltrata. Rientrò in città nel luglio 1943, e fu subito un punto di riferimento per tutti gli antifascisti. Ricercato dalle SS, decise di rifugiare la figlia piccola presso le sorelle, e raggiunse Treia nell’ottobre 1943. A Treia, appena liberata, Prosperi fu eletto Sindaco dai suoi concittadini. Ma nell’aprile 1945 i comunisti lo rivollero a Spezia e lo designarono a presiedere, come loro massimo rappresentante, il Comitato di Liberazione Nazionale provinciale. Tra l’aprile 1945 e il novembre 1946 il Clnp cercò di operare per sradicare il fascismo dalle coscienze e dagli apparati pubblici. La Giunta designata dal Clnp nell’aprile 1945 era guidata dal Sindaco socialista Agostino Bronzi.

DOPO LA LIBERAZIONE, TRA DELUSIONE E PARTECIPAZIONE
Nel biennio 1946-1947 convissero e si intersecarono, secondo lo storico Santo Peli, “illusione/delusione” del sentire partigiano e una “perdurante richiesta di protagonismo e di intensa partecipazione” (“L’eredità della Resistenza”, in “1945-1946 Le origini della Repubblica”). La progressiva marginalizzazione dei Cln, il ritorno di Prefetti e Questori di carriera, il fallimento dell’epurazione, l’amnistia e il modo in cui fu applicata, il consumarsi dell’esperienza politica del Partito d’azione, la percezione che il “vento del nord” era meno impetuoso di quanto si pensasse: tutto ciò fu alla radice di momenti di grande amarezza e di risentimento morale e politico, spesso intrecciati a disperati e velleitari sogni di “ritorno in montagna”. Nel giro di un paio d’anni le assoluzioni sempre più numerose dei fascisti, la stagione dei processi ai partigiani e l’anticomunismo dilagante resero sempre più impraticabile quell’unità tra diversi che, sia pure con fatica, aveva caratterizzato i rapporti tra i partiti antifascisti durante la Resistenza. Una delle due facce degli anni postbellici fu dunque quella della smobilitazione non solo di tanti partigiani in armi, ma anche di tanta parte della “società partigiana”. Questo ritiro fu pressoché generalizzato per le donne, proprio mentre l’onda lunga resistenziale portava a esse il suffragio.
L’altra faccia fu quella dell’ampiezza e della passionalità della partecipazione alla vita collettiva, della rinascita della politica vissuta in prima persona, che coinvolse per la prima volta milioni di persone. Si pensi, per esempio, che a fine ’45 gli iscritti al Pci ammontavano a 1.700.000. Le due facce sono forse solo apparentemente contraddittorie. Come spiega Peli, “la delusione non comporta di necessità un silente rientro nei confini di una dimensione individuale e privata, e può invece convivere, o addirittura incrementare, una scelta di partecipazione alla vita politica e sindacale strenuamente combattiva, a partire dalla considerazione che ‘moltissimo resta ancora da fare’, e che le conquiste realizzate sono percepite come precarie”. La “guerra rivoluzionaria” in parte continuò nelle lotte sociali e nelle forme di controllo operaio del dopoguerra, in ogni caso inimmaginabili senza l’esperienza di insubordinazione sociale della Resistenza e degli scioperi del ’43 e del ’44. Esempi di radicalizzazione si possono rintracciare anche nell’intenso processo di sindacalizzazione e di azione collettiva del pubblico impiego. Nulla a che fare, però, con i confusi progetti rivoluzionari del “biennio rosso”: Pci, Psi e sindacato unitario volevano collaborare alla ricostruzione economica e alla fondazione dell’Italia repubblicana, creando una democrazia di massa, che il Pci chiamava “progressiva”. C’erano, tra i lavoratori, spinte anche diverse, ma esse furono “disciplinate”. Comunque si voglia giudicare questa scelta, voluta essenzialmente da Togliatti, non c’è dubbio che il forte impegno politico delle classi subalterne non venne mai meno: esse “entrarono nello Stato”, e la società italiana entrò conseguentemente nel novero delle democrazie moderne.

L’ELEZIONE A SINDACO
Anche a Spezia alla delusione si accompagnò la continuazione in tempo di pace di quell’assunzione di responsabilità che aveva portato i partigiani ai monti nel biennio precedente. Si pensi a Exodus e alla solidarietà popolare agli ebrei che cercavano di partire per Israele: il 25 aprile 1946, nel corso di una grande manifestazione, una loro delegazione sfilò applaudita in città. Nel referendum del 2 giugno 1946 la Repubblica prevalse in provincia con il 74,25% dei voti, il nono miglior risultato tra le 91 province italiane. Altrettanto significativi furono i risultati per la Costituente: il Pci ebbe in provincia il 35,1% dei voti, la Dc il 28,2%, il Psiup il 21,8%, in Parlamento furono eletti per la Dc Angela Gotelli e Filippo Guerrieri, per il Pci Anelito Barontini. Nelle elezioni amministrative del 24 novembre 1946 nel capoluogo le sinistre conquistarono 34 seggi (24 il Pci, 10 il Psiup), contro i 7 della Dc. Osvaldo Prosperi fu eletto Sindaco. Nel discorso di insediamento definì la nuova Amministrazione comunale come “la genuina espressione democratica” della volontà dell’insurrezione popolare.

LA ROTTURA DELL’UNITA’ ANTIFASCISTA E IL 18 APRILE 1948
Il 1947 fu l’anno della rottura dell’unità antifascista, frutto della “guerra fredda” internazionale. Nel giugno si formò il Governo De Gasperi, il Pci e il Psi furono estromessi e passarono all’opposizione. Le sinistre non si piegarono: il ‘47 fu, anche a Spezia, un anno di intense mobilitazioni popolari, contro la liberazione di ex repubblichini, per il contratto dei metalmeccanici, contro il carovita, per la difesa dei Consigli di gestione delle fabbriche. Il 20 settembre comunisti e socialisti portarono in piazza 30.000 persone. Il 30 novembre sessanta Brigate “Garibaldi” provenienti da tutta la Liguria, con 25.000 partigiani, sfilarono a Genova: era una manifestazione di forza delle opposizioni. L’anno terminò con l’approvazione della Carta Costituzionale, frutto dell’apporto ideale e politico di forze che pure si stavano contrapponendo aspramente nel Paese.
Il 1948 fu l’anno della grande vittoria della Dc e della sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche del 18 aprile. A Spezia il Fronte nacque il 25 gennaio, con l’adesione anche del Pri e di molte associazioni di massa. Il 5 febbraio si tenne una grande manifestazione organizzata dal sindacato con l’adesione dell’Amministrazione comunale per protestare contro la disoccupazione e chiedere l’avvio di molte opere pubbliche. Il 15 febbraio si tenne nella nostra città una manifestazione con tutte le Brigate garibaldine della Lunigiana ligure e toscana. Lo scontro con il Governo si faceva sempre più duro. A Spezia il Fronte vinse, unico in Liguria, con il 50,34% dei voti, contro il 35,70% della Dc. Ma ormai era cominciata una nuova fase. Il clima era tale che il Ministro dell’Interno Mario Scelba proibì ogni manifestazione celebrativa del 25 aprile.
Nella tarda mattinata del 14 luglio 1948 giunse improvvisa la notizia dell’attentato a Togliatti. Dopo l’attentato aumentarono sia le restrizioni ai diritti di libertà in fabbrica -in Arsenale già nella seconda metà del ’48 le autorità militari proibirono i giornali murali, la diffusione di giornali e riviste e le riunioni anche in orario di riposo, mentre la raffineria, in seguito a uno sciopero, fu occupata militarmente- che gli arresti di partigiani accusati di reati compiuti durante e dopo la guerra. Per i lavoratori come per i partigiani di sinistra iniziarono giorni bui e drammatici.
Il ’48 fu infatti anche l’anno della scissione sia sindacale che del movimento partigiano: la “guerra fredda” produsse un’estrema polarizzazione della politica italiana.

LA “LOTTA”
Il conflitto fu fortissimo nelle fabbriche. Già nel ’48 cominciarono le sospensioni dal lavoro, con lo scopo di diminuire il personale. Entrarono in crisi i cantieri navali Motosi, che passarono dagli 800 dipendenti del ‘48 ai 150 del ’50. Nel ’50 il Governo varò le leggi “eccezionali” per vietare cortei, comizi, vendite dei giornali e strillonaggi: il 21 marzo la sinistra organizzò in piazza Verdi una manifestazione imponente (l’”Unità”, probabilmente esagerando, scrisse di 50.000 partecipanti). Dal ’50 al ’52 ci fu un attacco pesantissimo all’occupazione e alla base industriale della città. Il 15 settembre 1950 furono notificati oltre 800 licenziamenti all’Oto Melara, all’Ansaldo Muggiano e alla Termomeccanica. La reazione dei lavoratori portò all’occupazione e all’autogestione delle fabbriche, mentre i sindacati si dividevano. La “lotta”, come venne chiamata, si sviluppò in particolare all’Oto Melara, dal 5 ottobre 1950 all’11 aprile 1951. Più della metà dei lavoratori partecipò all’autogestione, senza salario, forte di una grande solidarietà popolare: erano gli operai più politicizzati, in gran parte ex partigiani e protagonisti dello sciopero del ’44. La direzione aziendale promise e poi elargì il 100% dello stipendio agli impiegati e il 75% del salario agli operai che fossero rimasti a casa. Furono scelte non facili, con divisioni tra i lavoratori e dentro le stesse famiglie. Un lavoratore disperato si suicidò. La “lotta” si chiuse con compromessi all’Ansaldo e alla Termomeccanica, che comportarono prezzi pesanti: licenziamenti e dimissioni volontarie. I lavoratori dell’Oto non accettarono questa prospettiva, ma la situazione era ormai senza sbocco. L’11 aprile ingenti forze di polizia giunte da tutto il Nord occuparono la fabbrica, ci furono scontri violenti in tutta la città. Tutti i 2.300 dipendenti furono licenziati, ne vennero poi gradualmente assunti 800, attraverso il filtro della discriminazione politica e sindacale: nel 1954 erano rimasti 16 iscritti alla Cgil, tecnici specializzati che, per il loro valore, non si era ritenuto opportuno licenziare.

ANCORA SINDACO
Le elezioni amministrative del 10 giugno 1951, nonostante le sconfitte in fabbrica, confermarono la forza della sinistra, con i 24 seggi al Pci e i 9 al Psi (la Dc salì a 10). Osvaldo Prosperi fu riconfermato Sindaco. Nel terzo congresso provinciale (gennaio 1951) il Pci dichiarava 21.031 iscritti, con 55 sezioni e 476 cellule tra territoriali e di fabbrica, e 3.400 iscritti alla Fgci. L’organizzazione giovanile era stata ricostituita nel ’49: nell’occasione venne per la prima volta a Spezia Enrico Berlinguer, che parlò in piazza Saint Bon. Togliatti, che non era venuto a Spezia nel ’48, a differenza di De Gasperi, intervenne invece nella campagna elettorale del ’51 (l’”Unità”, probabilmente esagerando, scrisse di 60.000 partecipanti). Sia De Gasperi nel ’48 che Togliatti nel ’51 parlarono in piazza Verdi: furono due comizi che rimasero nella memoria storica degli spezzini.

LA RICOSTRUZIONE DI SPEZIA
Ferruccio Battolini, socialista, fu assessore con Prosperi dal 1946. Ecco la sua testimonianza, raccolta da Antonio Bianchi in “La guerra fredda in una regione italiana”:
“Vigeva quella che chiamerei la legge dell’entusiasmo e della creatività (non c’era riunione di Giunta in cui non si inventasse qualcosa per far risorgere la città che era davvero, letteralmente, distrutta) sia perché lavoravo (imparando) accanto a uomini dal punto di vista umano (e alcuni anche professionale) eccezionali”. Di Prosperi Battolini ricorda la “costruttiva ironia”.
Prosperi fu riconfermato per il bilancio altamente positivo dell’operato dell’Amministrazione da lui guidata: il ripristino di 20 case di proprietà comunale, del tribunale civile, del macello, del mercato di piazza Cavour, di 14 vie, la ricostruzione quasi totale dell’impianto di illuminazione, la municipalizzazione delle aziende gas-acquedotto e dei trasporti, un forte impegno nell’assistenza sociale…
Ma pesò anche il fermo sostegno dell’Amministrazione alle lotte dei lavoratori. Il 25 aprile 1951, davanti ai cittadini raccolti per celebrare la Liberazione, Prosperi disse:
“Sono qui a testimoniare quante lacrime e privazioni vediamo quotidianamente riversarsi sui bimbi innocenti dal pauroso accrescersi della disoccupazione, dei licenziamenti massicci di operai, della forzosa chiusura dell’Oto Melara, fortemente voluta dagli imperialisti e dai detentori del potere e della ricchezza”.
Tutto ciò per Prosperi significava “offese alla dignità umana” e ai “diritti della Costituzione repubblicana”.
Nel novembre 1951 Prosperi fu costretto a dimettersi per motivi di salute. Lo sostituì Varese Antoni, trentenne assessore alle finanze.
Prosperi morì alla Spezia il 21 luglio 1964.

IL PCI E GLI INTELLETTUALI
Ho sempre espresso forti critiche all’operato del gruppo dirigente spezzino del Pci durante la Resistenza: il “caso Facio” e il ruolo decisivo di Antonio Cabrelli (forse una spia) si spiegano con una impreparazione e una inadeguatezza evidenti. Tuttavia il fatto che il Pci scelga Prosperi e non un capo partigiano per fare il Sindaco dopo la Liberazione rivela una capacità del partito di aprire il gruppo dirigente a forze intellettuali. Non dimentichiamo, solo per fare qualche esempio, che nel Clnp, dopo l’8 settembre 1943, il Pci aveva designato Ennio Carando, insegnante e filosofo, nobile figura poi uccisa dai fascisti in Piemonte nel febbraio 1945. Dopo il tragico errore dell’uccisione di “Facio”, l’indirizzo del “partito nuovo”, di massa e aperto, indicato da Togliatti, fu progressivamente accolto e attuato.

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