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Non si canta perché si è felici, si è felici perché si canta

di Giorgio Pagano

luci della città
Non si canta perché si è felici, si è felici perché si canta

- Qualche giorno fa è avvenuto un gesto che ha commosso tante persone e ha fatto il giro del mondo. Un ottantunenne ha dedicato alla moglie -ricoverata per Covid-19, scomparsa purtroppo qualche giorno dopo- una serenata sotto la finestra dell'ospedale di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, con la sua fisarmonica.
In quella serenata abbiamo riconosciuto l'amore, nella semplicità e nell'immediatezza del suo linguaggio universale. Anche ai tempi di WhatsApp non c’è nulla come la musica che riesca a trasmettere l’amore.
Non a caso Giacomo Leopardi diceva che all’inizio c’è il canto, come prima forma poetica. Questa voce -e forma d’arte- più antica è quella che ci aiuta ad esprimere ogni nostro sentimento: non solo l’amore, ma anche l’opposizione alle guerre, alle ingiustizie, alle oppressioni, e la resistenza alla pandemia e all’isolamento che comporta, come ci ha rivelato, tra i tanti, l’episodio piacentino.
Non possiamo ascoltarla nei concerti, non possiamo cantarla insieme: ma la musica resta un atto liberatorio, per avvicinarsi, consolarsi, ribellarsi, sperare. Forse non a caso Bob Dylan, in piena pandemia, ha pubblicato, dopo un silenzio di otto anni, il bellissimo “Murder must soul”, un brano di diciassette minuti, il più lungo che abbia mai scritto.
L’ottantunenne di Piacenza suonava la fisarmonica. Ho subito pensato a lui quando ho saputo che, di fronte al Covid-19, non ce l’aveva fatta nemmeno Renzo Campioni, il fondatore de “Le Ombre”, forse il più importante “complesso” -allora si chiamavano così- sorto a Spezia negli anni Sessanta. Renzo, da ragazzo, suonava la fisarmonica, come mi ha raccontato nella sua testimonianza per “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”. Leggiamola insieme:

“Mio padre mi aveva mandato all’Unione Corale di via Napoli, alla Scuola di musica. Suona­vo la fisarmonica, avevo un ferro vecchio. Poi conobbi Paolo Cavozza, che mi disse: ‘Impara a suonare la chitarra’. Mi toccò il basso. Al mattino suonavo nella chiesa di Santa Maria, dove frequentavo un corso del maestro Mario Fiorentini, al pomeriggio ed alla sera il beat. Ogni tanto il pubblico voleva il lento per ballare, allora facevamo le canzoni di Gino Paoli. Ma la nostra specialità era il beat. Il nostro maggior successo, un vero e proprio tormentone, fu ‘Surfin Bird’ una cover dei Trashmen”.

Paolo Cavozza è provato, come tutti gli amici di Renzo. Cavozza e Campioni suonavano ancora insieme -Le Ombre sono tornate da tempo- e insieme costruivano ancora strumenti. Da ragazzi, grazie alle lezioni della Scuola Radio Elettra, realizzavano gli amplificatori, poi le chitarre con cui, più di una volta, suonavano nei concerti. “Abbiamo tre-quattro chitarre ancora da finire”, mi dice Paolo, che poi si domanda: “Chi potrà sostituirlo al basso?”.
I ricordi si affollano. Leggiamo un brano del racconto di Paolo in “Un mondo nuovo, una speranza appena nata”, per poi cercare di sorridere e svelare un piccolo segreto:

“L’exploit lo facemmo alla Maggiolina, in un locale dove ora c’è il parco, nel 1964. Eravamo cinque, con Roberto Bonati alla chitarra, Arrigo Fontana alla batteria e Luciano Codeglia all’organo. Rispetto a molti altri gruppi, che erano solo strumentali, avevamo le voci. Facevamo cover: dei Beatles, dei Rolling Stones, di Fausto Leali, dell’Equipe 84, dei Rokes, dei Giganti. Nel 1966 suonammo al Pip’s Club -che era sorto nei locali dell’Unione Fraterna- prima dei Ribelli. Alla fine dell’esibizione ci chiesero di unir­ci a loro e nacque una jam session, tra l’entusiasmo del pubblico. Sempre nel 1966 vincemmo un concorso a Bordighera, arrivammo in finale con i Corvi”.

Aggiunge Paolo:
“A Bordighera e nel Ponente ligure andavamo spesso. Una sera suonammo a Bussana vecchia, nella piazza principale. Avevamo la tenda, stanchi morti alle due di notte l’abbiamo montata in uno spazio appena fuori il paese. Di notte mi sembrava di essere circondato da strane luci… Alla mattina capii: avevamo dormito nel vecchio cimitero, alla luce dei lumini! Quante risate!”

Erano i tempi dei Beatles. Ricorda Paolo nel libro:
“Andammo a vedere i Beatles al Vigorelli a Milano nel 1965. I giovani toglievano le poltrone, come fecero poi nel mitico concerto spezzino al Monteverdi del 1966. Fu lì che decidemmo la nostra direzione futura… I giovani erano capelloni, hippies, figli dei fiori. Le ragazze avevano la minigonna. “Fate l’amore, non la guerra” era lo slogan del tempo”.

Paolo Cavozza sintetizza con parole davvero indovinate lo spirito di allora: “l’atmosfera più bella della storia dell’umanità”.
Claudio Lopresti era in un altro “complesso” che andava per la maggiore, The Cavern Men, protagonista, insieme a Le Ombre e a The Guitar Men, del mitico concerto al Monteverdi del 1966. A proposito di serenate, nel libro ha raccontato:

“Una volta andammo a fare una serenata a una ragazza che piaceva ad uno di noi: non con una semplice chitarra sotto una finestra, ma con tutti i nostri strumenti, in mezzo alla piazza principale di un paesino sperduto della Val di Vara. La serenata fu un concerto rock vero e proprio”.

L’ottantunenne di Piacenza ha cercato di tornare a quell’atmosfera, alla musica come energia liberatoria, amore, condivisione. Ricordiamoci di quanto ha detto uno psicologo, William James: “Non si canta perché si e` felici; si e` felici perché si canta”. Certamente la musica confina in un angolo la tristezza, almeno per un po’. Ora facciamo il nostro dovere, poi torneremo a sentire la musica non da soli, ma tutti insieme. Come primo concerto ne vorrei uno de Le Ombre, chiuso da “Surfin Bird” e dedicato a Renzo Campioni.

lucidellacitta2011@gmail.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le Ombre, 1963 archivio Cavozza


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