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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 15 Agosto - ore 20.47

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Non facciamoci scippare la città sognata

Diario dalla Via della seta, di Giorgio Pagano

Non facciamoci scippare la città sognata

- PERDERSI NEL BAZAR
L’Islam fu da subito una civiltà eminentemente cittadina, e il mercato ne divenne un fondamentale elemento costitutivo: il suq in arabo, il bazar in persiano. Appena mi perdo, a Samarcanda, nel bazar Syob, tra odori, rumori e sapori, il pensiero va al suk della mia amata Gerusalemme. Ma a Samarcanda, e in tutti i bazar uzbeki, c’è una caratteristica particolare: il nan, una galletta tonda di pane non lievitato, che si trova in infinite varietà. Il pane arriva dai vicoli della città vecchia, dove viene cotto nei forni tradizionali di argilla a forma di grandi giare. Appena sfornato, i ragazzi inforcano le biciclette e corrono al mercato, dove le ragazze lo espongono con cura nei loro banchetti per venderlo ancora caldo: una vera bontà. Dal bazar parte la lunga via Tashkent, tutta pedonale, con ai lati tanti negozi in cui è bello entrare, contrattare, bere il tè. Prima si è ospiti, poi clienti.

IL “GRANDE GIOCO” E L’OPPRESSIONE RUSSA
Ma torniamo, con le “lezioni” dello storico che mi accompagna, alla Samarcanda del passato. Il declino della città cominciò nel 1500. Da allora ci fu un letargo durato quasi tre secoli. Franco Cardini lo spiega così: la Sogdiana era sempre stata un ponte tra due grandi imperi, il persiano e il cinese, che rimasero potenti fino a tutto il Seicento. Con il loro tramonto, nemmeno la terra ponte poteva reggere. Ecco perché la rapidissima espansione della Russia zarista verso Oriente nell’Ottocento non poté non coinvolgere queste regioni, destando le preoccupazioni dell’Inghilterra che vedeva minacciato da nord il suo impero asiatico in India. Ne scaturì quello che, riprendendo un’espressione di Rudyard Kipling, in un libro della fine del secolo scorso Peter Hopkirk definì “The Great Game”, il grande gioco: un gioco di spie, di agenti segreti, di soldati, di avventurieri per la conquista di questi immensi territori. Un gioco di contrapposti imperialismi vinto alla grande dai russi, che alla fine dell’Ottocento erano ormai giunti ai confini della Persia. I popoli dell’antica Sogdiana, diventato Turkestan, furono sottomessi dai russi a una segregazione insieme razziale e religiosa.

IL COMUNISMO
Dopo il 1917 arrivò l’Armata Rossa, con la conseguente “bolscevizzazione”. Il simbolo dei disastri combinati dall’Urss è l’agonia del lago Aral: un dramma ambientale causato dalla scelta sbagliata di far confluire l’acqua del lago nei canali di irrigazione usati per produrre cotone nel deserto della steppa. Cardini è però per un giudizio equilibrato: “Confrontando quel che la Russia e l’Asia erano -nel bene e nel male-prima del 1917 e quello che sono diventate non si possono non sottolineare gli aspetti positivi di quell’esperienza”. “E’ facile scandalizzarsi per la brutta edilizia sovietica -continua- ma è anche facile dimenticare quel che allora c’era e ora non c’è più, come l’istruzione e la sanità gratuita per tutti”. E a Samarcanda? La parte antica era diventata un cumulo di rovine che gli zaristi non si erano quasi mai preoccupati di curare. Lenin, invece, decise di preservare e restaurare i monumenti. Programma che in parte fu attuato, anche se i monumenti non tornarono alla funzione religiosa per cui furono costruiti, ma diventarono musei, magazzini, depositi. Naturalmente l’Islam, nonostante la repressione, non scomparve. Nel dopoguerra nacque un “Islam ufficiale”, che collaborava con lo Stato. La reazione fu la nascita di un “Islam parallelo”, non “ufficiale” e “registrato”, che magari le autorità facevano finta di non vedere. Comune e sotteso a entrambi era un “Islam popolare” e “diffuso”, che è sempre esistito.

DOPO IL COMUNISMO, TRA SPIRITUALITA’ SUFISTA E RISCHIO HOLLYWOOD
L’anima più profonda dell’Islam “popolare” e “diffuso” centroasiatico è il sufismo. Nella foto in alto le donne stanno pregando in uno dei più importanti santuari musulmani, il complesso memoriale di Khoja Bakhouddin Naqshbandi, considerato il Mekka centroasiatico. Ogni musulmano conosce e riverisce questo nome. Naqshbandi fu un grande teologo del XIV secolo, fondatore dell'Ordine sufi "Naqshbandia", insegnante spirituale di Timur: è sepolto a 12 km da Bukhara nel villaggio natale di Kasri Orifon. “Il sufismo è un Islam impregnato di misticismo -spiega Cardini- e di una religiosità interiore che in passato ha assorbito numerose pratiche sciamaniche premusulmane”. Una religione fondata sulla ricerca spirituale che può condurre a un’esperienza diretta con la realtà divina. Ispirata alla pietas, costituisce un forte antidoto alla diffusione dell’islamismo fondamentalista. Ma ecco la domanda chiave, formulata dallo storico: “I sufi ce l’hanno fatta contro Marx e Lenin, contro l’utopia dell’Uomo Nuovo: ce la faranno contro i Mc Donald’s e contro i selfies, contro il miraggio del far soldi e dell’apparire?”.
I dirigenti dell’epoca sovietica sono restati al potere, dedicandosi a un progetto di occidentalizzazione e di privatizzazione. Dal punto di vista economico c’è chi si è arricchito e c’è chi sta peggio e ha nostalgia del vecchio welfare sovietico. La disoccupazione è alta, molti si recano in Russia per cercare di lavorare nei cantieri edili. Il metano viene esportato, e la popolazione non ha il riscaldamento necessario nei freddi inverni. L’economia del cotone costringe ancora oggi centinaia di migliaia di studenti e insegnanti a disertare le aule in autunno per trascorrere ore ed ore sotto il sole a raccogliere l’”oro bianco”. Dal punto di vista democratico, si può parlare di un regime illiberale: dal 1991 al 2016, fino alla sua morte, l’ex segretario del Partito comunista in età sovietica, Islom Karimov, è stato sempre rieletto Presidente dell’Uzbekistan con la stragrande maggioranza dei voti. Non c’è pluralismo, la competizione non è di tipo democratico-rappresentativo, ma tra clan. Eppure il Paese ha grandi risorse, sia naturali (non solo il metano, ma anche l’oro e l’uranio) e umane (eccellenti ricercatori). E quindi grandi potenzialità.
E i restauri? A Samarcanda hanno avuto grande impulso, ma a volte sono criticati perché più che restauri sono ricostruzioni con nuovi materiali, sia pure fedeli alle costruzioni originarie. A volte gli edifici sono tornati luoghi di culto, altre volte ospitano negozi di souvenir. Il rischio, dice Cardini, “è una Disneyland per turisti alla ricerca di brividi orientalisti”. Non dobbiamo farci scippare Samarcanda: la città sognata esiste davvero, è magnifica e deve restare eterna.

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Samarcanda, Reghistan, Medressa Sher Dor (2017) (foto Giorgio Pagano)


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