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Ultimo aggiornamento: Lunedì 21 Agosto - ore 00.20

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Nel mondo deve tornare la speranza

di Giorgio Pagano

Nel mondo deve tornare la speranza

- CONTRO “LA TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI”
La guerra con l’Isis continua non certo perché l’lsis sia imbattibile: basterebbe un serio accordo politico internazionale per mettere fuori gioco gli jihadisti. Il problema è che gli avversari dell’Isis hanno obbiettivi divergenti, e che alcuni suoi sedicenti avversari in realtà sono dei complici. In questo drammatico ginepraio serve un minimo denominatore comune, che purtroppo manca ancora. La guerra è stata in buona parte provocata dagli interventi militari statunitensi, prima e dopo l’11 settembre 2001, e si è intensificata con gli interventi successivi, ai quali partecipano Russia e Francia, ciascun Paese con i propri obbiettivi. Siamo in guerra da tempo: in 25 anni siamo intervenuti tre volte in Iraq; siamo in guerra in Afghanistan da quasi 15 anni; abbiamo bombardato la Siria e la Libia, anzi le stiamo bombardando ancora. Ma le radici della guerra affondano pure nella feroce rivalità tra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale: Iran e Arabia Saudita tra tutti, ma anche Turchia, Egitto e in un certo senso anche Israele. L’Isis è stato finanziato inizialmente dall’Arabia Saudita (coccolata dall’Occidente), dal Qatar e dal Kuwait, e la Turchia (che fa parte della Nato) ha usato e usa l’Isis contro i curdi, che ne sono diventati gli avversari più eroici. La verità è che i musulmani che si battono sul campo contro l’Isis sono tutti sciiti, boicottati dall’Occidente -filo sunnita- per anni. Mentre i terroristi continuano a vendere il petrolio a società e compagnie dei Paesi occidentali, che riforniscono i combattenti di armi. In un’intervista a “The Atlantic” Hillary Clinton ha ammesso che l’Isis è una creazione americana in funzione anti-Assad (il dittatore sciita siriano) poi uscita di controllo. Se oggi Assad, che comunque non è mai stato del tutto isolato in patria, è più forte, e con lui il suo alleato Putin, è solo colpa dell’Occidente. Per non parlare dell’Iraq: l’amministratore civile americano Pau Bremer ha scacciato tutti i sunniti dalla amministrazione irachena, consegnando il Paese al caos e provocando il passaggio di tanti militari iracheni sunniti nelle fila dell’Isis. Anche la deriva della Turchia è in buona parte colpa nostra: le perdoniamo tutto perché abbiamo paura dei migranti e chiediamo aiuto al suo “sultano” Erdogan. Ancora: ci siamo dimenticati del conflitto israelo-palestinese, nonostante le tante promesse.
E’ chiaro che in questo modo non si va da nessuna parte. E che rilanciare l’opzione della guerra contro la guerra è drammaticamente sbagliato, perché è quella che ci ha portato alla situazione attuale. Il quotidiano americano “Washington Post” di qualche giorno fa definiva la situazione in Siria come “teatro di una piccola guerra mondiale per procura”. Vuol dire che Papa Francesco aveva visto giusto, nell’agosto scorso, a parlare di “terza guerra mondiale a pezzi”. Sun Tzu, stratega cinese, vissuto tra il VI o il V secolo avanti Cristo, sosteneva che la guerra è l’ultima risorsa di uno statista e la battaglia l’ultima risorsa di un comandante. Bisogna seguire un’altra strada, quella della prevenzione a tutto campo, dello stop ad atteggiamenti di complicità e di incoerenza da parte di tanti, della tessitura di un’azione politica e diplomatica alla ricerca della pace possibile, in Siria e in Libia innanzitutto. In Siria forse si intravvede uno spiraglio, anche se il cessate il fuoco è continuamente violato. In Libia bisogna impegnarsi per un governo di unità nazionale, che stabilizzi e ricostruisca il Paese e sconfigga l’Isis: un nuovo intervento militare porterebbe solo nuovi disastri. Dal caos si esce con la politica, nel senso alto del termine. Non con i “muscoli” e le armi.

“ORA PIU’ CHE MAI DOBBIAMO DIMOSTRARE CHE IL DIALOGO E’ POSSIBILE”
L’esperienza di questi anni e di questi mesi porterebbe a dire che il dialogo non è più una possibilità: succede a volte anche a me. Eppure quando vado, con l’Associazione Culturale Mediterraneo o in altra veste, nelle scuole e negli incontri pubblici a discutere di questi temi, colgo certo la paura e la chiusura creata dalla paura, ma anche la domanda su cosa fare e su come continuare a sperare. Il mio amico Izzedim Elzir, imam di Firenze, che è stato in più occasioni nella nostra città, dice sempre che “ora più che mai dobbiamo dimostrare che il dialogo è possibile”. Tra sciiti e sunniti -perché c’è un conflitto tutto dentro l’islamismo-, tra le tre religioni monoteiste, tra “Oriente” e “Occidente”. Perché nessuno in nome della religione può affermare di possedere Dio: la vera religione non è mai assoluta, e il Dio della vera religione non esclude nessuno, come dice Papa Francesco sulla scia del Concilio Vaticano II. E perché, più in generale, gli “orientali” e gli “occidentali” possono resistere alle tentazioni razziste e costruire insieme il linguaggio di un nuovo universalismo. Il filosofo Giacomo Marramao lo chiama “universalismo della differenza”: “non più l’identità che assimila a un modello di universalismo precostituito, ma un universalismo che si alimenta attraverso l’apporto delle differenze”. Qui c’è una funzione insostituibile dell’Europa, lo spazio culturale e politico più adeguato a spingere in questa direzione. Una funzione che deve onorare malgrado tutti i sintomi della sua decomposizione, anzi proprio per porvi rimedio. E’ un lavoro lungo di educazione civile, culturale e politica: ma è l’unico in grado di contrastare davvero e fino in fondo il terrorismo.

“NO AL TERRORISMO, SI’ ALLE MOSCHEE”
Che il dialogo non sia finito e che un nuovo universalismo possa essere costruito lo si è capito, in particolare, dopo le manifestazioni contro il terrorismo islamista organizzate dai musulmani italiani a novembre: hanno segnato una data estremamente significativa per la società italiana, che ne dovrà fare tesoro. Vale anche per la nostra città, dopo una manifestazione, come quella del 22 novembre, che ha visto protagonisti così tanti giovani musulmani, ragazze in particolare. A loro spetta isolare e denunciare ogni forma di estremismo fondamentalista. A noi, cittadini italiani e spezzini, tocca il compito non lieve e non facile di accogliere il loro invito alla convivenza. Dobbiamo stare uniti attorno al valore della intangibilità della vita umana: è questa la base di un nuovo universalismo. Una sura del Corano, che si ritrova anche nel Talmud, dice che salvare una vita umana equivale a salvare tutta l’umanità. E che uccidere un uomo è come uccidere tutta l’umanità. Su questa base sta nascendo un Islam europeo: è la seconda religione d’Europa, non va sospinta ai margini ma riconosciuta. A partire dalle moschee, luoghi di culto che devono operare alla luce del sole, ma che non vanno più osteggiate e criminalizzate. Un gruppo di ragazzi, nella manifestazione spezzina, diceva “No al terrorismo, sì alle moschee”. E’ una posizione da condividere.

PER BATTERE L’ODIO SERVE “UN MODELLO DI SVILUPPO SOCIALE ED EQUO”
La sconfitta del terrorismo e dell’odio, dice l’economista Thomas Piketty, sta anche “nell’attuazione, sia qui che laggiù, di un modello di sviluppo sociale ed equo”. Si pensi alle monarchie petrolifere: una parte sproporzionata delle risorse economiche è accaparrata da una minoranza, mentre ampie fasce di popolazione sono tenute in uno stato di semi-schiavitù. Ma si pensi anche alle nostre società, attraversate da egoismi nazionali e da pulsioni razziste che si superano solo battendo la politica economica che li ha fatti esplodere, l’austerity neoliberista. O costruiamo tutti insieme una società meno diseguale, o i poveri di tutto il mondo ci travolgeranno. Il sociologo Renzo Guolo scrive che “incidere sui processi di radicalizzazione è l’unico modo per ridurre un fenomeno che, altrimenti, rischia di dilagare”. E l’orientalista Olivier Roy specifica che “non si tratta di radicalizzazione dell’Islam, ma di islamizzazione del radicalismo”. Vanno messe in discussione, quindi, non solo le relazioni internazionali ma anche la vita quotidiana e la natura delle democrazie, destinate a diventare altrimenti il terreno delle ritorsioni violente. Ritorna il concetto della necessità della politica, nel senso alto: come capacità di aggredire le cause che inducono a indossare una cintura esplosiva o a imbracciare un fucile. Ma questa politica può nascere solo se si sviluppa una pulsione culturale e antropologica nelle persone e nella società, che ci spinga alla ricerca di rapporti di solidarietà con gli altri. Una pulsione che può e deve ispirare una nuova politica basata sul rispetto di chi si trova in posizione diversa o distante da noi, che preferisca la cooperazione alla competizione, che lotti contro le diseguaglianze, che ripudi la violenza e la guerra. Quando lasciai la politica dei partiti scrissi, nell’intervista a Maurizio Mannoni che apriva il mio libro “Orgoglio di città” (2007), che la politica non doveva perdere “la sua componente ideale e spirituale”. Un dirigente del mio partito di allora, persona tra le più influenti in città, mi disse: “queste sono aspirazioni lontane dalla realtà”, “la politica è un’altra cosa”. In realtà da allora la politica, smarrita quella “componente ideale e spirituale”, si è drammaticamente svuotata di senso, si è schiacciata sull’economia ed è diventata cinica tecnica del potere. O ritrova idealità e spiritualità o non è in grado di interpretare e perseguire il bene dei più deboli, che coincide con il bene comune. Ma perché la politica ritrovi un senso, c’è bisogno del cambiamento personale e sociale, cioè dell’impegno di ognuno di noi.

Post scriptum:
Con una decisione storica, il Parlamento europeo ha adottato nei giorni scorsi una Risoluzione sullo Yemen che richiama la necessità di porre fine alla guerra in corso e un emendamento per fermare il flusso di armi verso l’Arabia Saudita. Domenica scorsa, in questa rubrica, ho raccontato l’avventura di un gruppo di spezzini che, per fermare questa guerra e questo flusso dall’Italia, si sono rivolti alla magistratura. Ora tocca ai Governi nazionali, compreso quello italiano, rispettare e applicare questa decisione. C’è sempre un buon motivo che spinge a rimboccarsi le maniche per aiutare il prossimo. E qualche volta capita anche di ottenere un risultato. E’ un esempio: bisogna sperare, nel mondo deve tornare la speranza.


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Sao Tomè, Ilheu das rolas: la Furna (2015) (foto Giorgio Pagano).


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