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Lerici e il suo castello. Da temibile fortezza e icona

di Alberto Scaramuccia

Lerici e il suo castello. Da temibile fortezza e icona

- Quando i capelli erano lunghi e la barba nera, Lerici significava vita mondana, spiagge e dancing, Erix e Lido in testa.
Aumentati gli anni, diminuito il crine, sbiancato il pelo, se penso a Lerici vedo il castello che spesso le foto riproducono sullo sfondo, visto da lontano. Si fa così con il soggetto cui non serve il primo piano ché è sufficiente la presenza sul territorio circostante perché ne diventi l’icona.
Del resto, la fortificazione militare non poteva mancare in una plaga di confine, ambita da due potenze ostili fra loro che la vogliono entrambe possedere: l’una per penetrare in terra altrui, l’altra per proteggere le spalle da ingerenze minacciose. Motivazioni opposte ebbero Pisa e Genova, ma, come si vede, paradossalmente eguali.
Gli è che per secoli Lerici fu più che porto, punto quasi unico di comunicazione in una landa disconnessa dal resto del mondo, condannata a ciò per l’essere territorio di ardua percorribilità.
Approdo importante, dunque, su cui si appuntavano tanti, troppi sguardi avidi del suo possesso. Per questo, lo scalo fu fortificato fin dalle origini, fin da quando, pertinenza dell’allora importante pieve di Trebbiano, ne costituì l’approdo. E poi sempre così con i padroni che si susseguirono, dalle nobiltà minore infeudata agli Obertenghi alla Lucca potente di un tempo che fu, da Pisa che nel breve periodo che la detenne ne fece un borgo murato e urbanisticamente attrezzato, alla Dominante Genova.
Fino a quando Vienna non assegnò la Repubblica a Torino sabauda, Lerici rimase sotto la bandiera della Lanterna che la usò come testa di ponte contro la Torre Pendente, Repubblica cui contendeva il predominio dei traffici sui mari da cui ambedue sono bagnate, quella avendo contratto alleanza con Lucca e Fiorenza che alla città d’Arno volevano sottrarre il controllo della campagna di Toscana.
Quasi ininterrottamente, dunque, Genova tenne Lerici, il possesso di Angioini, Aragonesi e Francesi non essendo fatti duraturi nel tempo. Nel tempo, tuttavia, mutò il ruolo dello scalo che progressivamente ottemperò alla sola funzione commerciale dismettendo il ruolo militare. Così il castello, da temibile fortezza quale era stato, fu convertito a prigione in terra di frontiera, lontana dai centri, ulteriore punizione per chi alla detenzione là, fosse stato condannato.
Con il progresso dell’Ottocento che portò le strade, anche lo scalo perse ogni importanza, presto soppiantato dall’ambaradan causato dai rivolgimenti del Golfo.
Ma il Castello è sempre lì, inossidabile logo di un centro tanto antico quanto affascinante ancora a dispetto dell’età.

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