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Le panchine dei giardini, vissute e consumate anche cent'anni fa

di Bert Bagarre

sprugolgeria
Le panchine dei giardini, vissute e consumate anche cent'anni fa

- Se il verde è il polmone delle città, giardini e parchi pubblici servono ad un duplice scopo: rendere bello il posto in cui le piante abbondano, panorama che attrae i turisti convincendoli a pubblicizzare il luogo in cui con la flora si crea un mini giardino dell’eden, e creare posti alternativi in cui le coppiette riescono, finalmente, a trovare la maniera galeotta con cui soddisfare il loro legittimissimo bisogno di intimità. Al duplice scopo rispondono i “giardineti” di Sprugolandia che se chiedo di alzare la mano a chi non sì è mai lì seduto in compagnia di una sua bella, non riesco a vederne issata neppure una. Ah, giardinetti, alcove di passioni e di notti passate nel ricordo di quegli attimi! Se la cosa vale per gli uni
come per le altre, è pure certo che quel verde deve essere convenientemente attrezzato. Invece, già nel secolo scorso gli addetti ai lavori lamentavano che i giardini non rispondevano bene a questa funzione.

Infatti, il 14 agosto di cento anni fa un editoriale del locale quotidiano lamenta che, al di là dello splendore dei giardini (“l’accuratezza delle aiuole, la bellezza dei mosaici fioriti, la rigogliosa vegetazione delle palme e dei cedri”), esiste il problema delle panchine, così che invita perentoriamente il responsabile del verde pubblico a domandare “alle coppie innamorate che spavicciano al chiarore delle stelle o a quello più molesto delle lampade elettriche, quanta fatica costi la ricerca di una panchina non rotta”. Anche allora la panchina, circolare o rettilinea, era il talamo adolescenziale dove iniziava l’educazione sentimentale della gioventù sprugolotta, era l’elemento d’inizio della seduzione. La coppia.

Infatti, non si sedeva guardando nell’identica direzione, ma con le due paia d’occhi rivolte l’una verso l’altra sì da rendere più facile l’approccio. Ma, siccome le panchine erano rotte, ogni tentativo è frustrato in partenza. Questo è il rovello angoscioso che tormenta l’ignoto redattore di cent’anni fa che lamenta lo stato di conservazione delle panchine che, “su tre, non ce n’è una che si presenti in buono stato”. Spalliere divelte, chiodi sporgenti che attentano alla migliore conservazione dei calzoni, strisce che mancano: tutto, insomma, impedisce il miglior approccio agli amorosi sensi. Oltretutto, sui viali dei giardini incombe una nuvola di polvere che insidia la salute di scarpe e scarpine che da bianche si velano di un alone grigiastro che toglie a molte, pur magnifiche toilette la loro freschezza. Per questo l’animo redattore si chiede come si possa realizzare in tali condizioni il perpetuarsi della specie.

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