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Le odi al vino sprugolotto

di Bert Bagarre

Sprugoleria
Le odi al vino sprugolotto

- Se da piccolo l’assillavo con troppe richieste, papà mi invitava a desistere con un perentorio “fila, filossera”.
Chiunque a Sprugolandia sentisse quelle due parole magiche, capiva che doveva farla finita, ma attraverso la strana allitterazione, la ripetizione delle stesse consonanti, comprendeva anche i gravi danni arrecati alla cultura della vite da quel temibile insetto.
Papà non inventava nulla. Per un territorio che traeva giovamento dall’agricoltura, le due paroline dove effe e elle si sprecano, erano scongiuro subito diventato popolare, essendo rimaste a lungo l’unica medicina contro quella malattia che non solo infuriava colpendo le vigne, ma, soprattutto, si accaniva contro le tasche di chi la coltivava.
Il vino prodotto con la materia prima proveniente dalle sponde della Sprugola e dintorni ha una storia tanto antica quanto nobile, resa tale in virtù anche dell’impegno necessario per superare le tante difficoltà che una terra maligna ha sempre frapposto a chi aveva l’ardire di sfidarla.
Ma il risultato finale, beh, quello non ha bisogno di essere detto. Dal Decamerone che dice essere il vino sprugolotto ambito da ogni tavola cui sia assiso un monarca, all’osteria di Gigio cui sedettero i re della poesia italiana, è tutto un inneggiare a questo liquido insaporito dal salino che onde irose scagliano contro lo scoglio per rimbalzarlo al cielo e poi ricaderlo su pampini che l’accolgono volentieri, consapevoli che da tale apporto deriverà gusto inarrivabile.
E chi non lo sa e chi non li conosce i riconoscimenti raccolti? Il più prezioso è forse quello che gli venne meritatamente assegnato all’Esposizione Internazionale del 1905. Lo esposero alle Tuilleries e i Parigini che enologicamente ci capiscono, conferirono al nettare sprugolino la medaglia d’oro.
Il nostro vino s’è sempre ben comportato non indietreggiando neppure di fronte al rombo del cannone. Ha fatto la sua parte sui campi di battaglia della Grande Guerra, inviato a sostenere l’impeto in grigioverde, ma ha anche partecipato alla costruzione della Nazione.
Nel 1866, terza guerra d’indipendenza, si mugugnava per il conflitto che allontanava dalla Sprugola i cavalli necessari ai lavori dell’Arsenale per destinarli al fronte, ma c’è anche chi manda ben 150 bottiglie di sciacchetrà al Savoia Amedeo, Altezza Reale, che sia buona medicina a chi è rimasto ferito. L’Aiutante di campo invia cortese lettera con cui ringrazia della gentile offerta di 125 bottiglie. Fate i conti, all’appello ne manca più di una.
È che il vino nostro è così buono che induce anche ad infrangere il settimo comandamento.

BERT BAGARRE

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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