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Le molte Afriche e l'agenda Onu 2030

di Giorgio Pagano

Le molte Afriche e l'agenda Onu 2030

- Marrakech è una città profondamente diseguale al suo interno. E ancor più lo è il Marocco, dove è enorme il distacco tra aree urbane e aree rurali. Ma è tutta l’Africa che è lacerata da grandi differenze. L’approccio all’Africa è spesso superficiale: molti vedono come una cosa sola quella che invece è una terra immensa, con 54 Stati diversi e 1,2 milioni di persone che parlano circa 2.000 lingue. Nel mio libro “Sao Tomé e Principe - Diario do centro do mundo” ho scritto che “forse è il caso di parlare di ‘molte Afriche’”, motivandolo così:
“Perché non funziona il discorso ‘piagnone’, secondo cui l’Africa è solo arretratezza, ma nemmeno quello ‘falsamente ottimista’, che vede solo crescita dappertutto. Semmai si deve parlare di un quadro contraddittorio, con tanti progressi e con tante criticità. La crescita economica, dove c’è stata, è stata favorita dall’espansione della classe media e dal conseguente sviluppo del mercato interno, ma anche e soprattutto dal petrolio, ed è quindi fortemente vulnerabile. Senza contare che il petrolio a volte è una ‘maledizione’, non solo perché comporta problemi ambientali, ma anche sovranità limitata, neocolonialismo, distribuzione diseguale della ricchezza e corruzione. C’è stata anche una crescita della democrazia, ma le aree di crisi non mancano. E la diseguaglianza economica e sociale resta opprimente: il che rappresenta un ostacolo al rafforzamento della democrazia ma anche al rafforzamento della stessa crescita economica”.
Basta vedere l’andamento economico delle diverse aree africane per capire quanto il continente sia eterogeneo: l’Africa orientale è certamente in crescita, quella settentrionale -che comprende il Marocco- ha seri problemi, mentre quella centrale è il vero “buco nero”. E quando c’è la crescita, c’è anche la diseguaglianza. Vediamo qualche esempio delle “molte Afriche” e delle sue tante contraddizioni.

NIGERIA: LA CITTA’ PER I SUPER RICCHI
La Nigeria è un Paese “in sviluppo”, ma è anche il Paese con più poveri al mondo in termini assoluti: sono almeno 87 milioni. Vicino alla capitale Lagos, sopra una distesa desertica affacciata sull’oceano, sta sorgendo una nuova città per 450.000 abitanti: la “Dubai dell’Africa”, con grattacieli, piazze, porti turistici, passeggiata sull’oceano. Vi andranno ad abitare i super ricchi del Paese, a poca distanza da una Lagos che sarà sempre più popolata, inquinata, congestionata, carente di case decenti, di servizi, di infrastrutture.

IL BOOM DEL RUANDA E I SUOI LATI OSCURI
All’indomani del genocidio del 1994, il Ruanda sembrava un caso disperato. Quello che era uno Stato tra i più poveri del mondo, ha ridotto il tasso di povertà, ha aumentato l’aspettativa di vita e ha potenziato l’istruzione, ha quintuplicato il Prodotto interno lordo. Ma anche le diseguaglianze sono cresciute. E il regime ha un segno marcatamente autoritario: gli oppositori non hanno vita facile.

L’ACCORDO DI PACE TRA ETIOPIA ED ERITREA E I RISCHI PER I PROFUGHI
Tra i fatti più positivi accaduti in Africa negli ultimi mesi c’è sicuramente l’accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea, nemici di una lunga guerra fredda nata dopo un cruento conflitto armato nella regione di frontiera tra il 1998 e il 2000. Merito soprattutto del nuovo leader etiopico Abiy Ahmed, riformista e liberale. Ma in Eritrea è al potere Isaias Afewerki, un feroce dittatore. Finora i tanti eritrei che tentavano la fuga verso altri Paesi africani e verso l’Europa trovavano asilo in Etiopia, che riconosceva loro lo status di rifugiato, per il permanere del conflitto. Ma ora che l’Eritrea non è più un nemico, la protezione verrà meno? Ecco le contraddizioni: una fatto positivo potrebbe avere una conseguenza negativa.

IL CAOS DELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA
Se Nigeria, Ruanda ed Etiopia conoscono uno “sviluppo”, sia pure tra mille drammi, la vicenda della Repubblica Centrafricana è solo e interamente un dramma. Dal 2013 il Paese è funestato dalla guerra tra milizie islamiche e bande armate cristiane, uno scontro religioso ma soprattutto una lotta per accaparrarsi le ricche risorse minerarie del paese, in cui a tirare le fila ci sono le potenze mondiali che sfruttano questa o quella miniera: Cina, Russia, Stati Uniti, Francia, Turchia. Mentre prosegue lo spargimento di sangue, un adulto su dieci è sieropositivo, due terzi della popolazione non hanno accesso all’acqua, il 51% è analfabeta.

PERCHE’ GLI AFRICANI MIGRANO
Questi pochi esempi ci fanno capire quali sono i motivi per cui si fugge dall’Africa, e quanto sia sottile la distinzione tra “profughi” e “migranti economici”. Si fugge dalla guerra, dalla fame e dalla povertà, dalla dittatura. Si fugge dai danni della crisi climatica: sulla costa nord del Senegal il riscaldamento climatico -ma anche l’estrazione illegale di sabbia- hanno provocato l’avanzamento dell’Oceano e la distruzione dei villaggi, per cui chi viveva di pesca è costretto a partire. Si fugge dalla corruzione: i Paesi da cui hanno origine i principali flussi migratori sono anche quelli con i più alti tassi di corruzione. Si fugge perché la globalizzazione e la rivoluzione digitale -l’ho capito anche in un piccolo arcipelago lontano da tutto come Sao Tomé e Principe- comportano l’importazione e la diffusione di modelli culturali in cui la priorità è il destino individuale, che stanno squassando le società tradizionali africane.
Nessuno lascia la propria terra senza un motivo valido. Solo il bisogno porta all’esilio.
Dobbiamo interrogarci certamente sulle responsabilità delle classi dirigenti africane: gli uomini e le donne delle navi che vagano nel Mediterraneo, come Aquarius e Diciotti, vengono da Paesi africani che non hanno alzato nemmeno un minimo la voce per loro! L’Africa deve salvarsi da sé, costruendo una modernità africana, autonoma dalla nostra, non omologata, che preservi la sua creatività e la sua solidarietà.
Ma dobbiamo interrogarci anche su quanta parte di responsabilità abbiamo noi, noi che per secoli abbiamo rubato risorse all’Africa e che, come insegna per esempio la vicenda della Repubblica Centrafricana, continuiamo a farlo. Noi che facciamo di tutto per apparire come un “faro” per tutto il mondo. Noi che accogliamo poco e male. Noi che facciamo troppo poco per sostenere uno sviluppo giusto in Africa.
Non dobbiamo chiuderci in noi stessi. Quello che avviene nel nostro “grande sud” è terribilmente complicato. Ma margini di soluzione esistono.

UN’UTOPIA REALISTICA: ATTUARE L’AGENDA ONU 2030 NELLE CITTA’ E NEI TERRITORI
L’United Nations Public Service Forum su “Transforming Governance for Realizing the Sustainable Development Goals”, il meeting mondiale organizzato a Marrakech da Undesa, l’agenzia delle Nazioni Unite, sul tema dei cambiamenti necessari nella pubblica amministrazione per realizzare gli obbiettivi dell’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, ha dato molte indicazioni su questi “margini di soluzione”.
Sono tornato da Marrakech con la convinzione che l’Agenda ONU 2030 sia un “appiglio” decisivo da cui partire se non vogliamo rinunciare all’obbiettivo di cambiare un mondo così ingiusto, in Occidente come in Africa. Ogni Paese deve impegnarsi a definire una propria Strategia di Sviluppo Sostenibile che gli consenta di raggiungere gli Obbiettivi dell’Agenda ONU entro il termine stabilito del 2030. Ma l’Agenda richiama in modo esplicito le responsabilità di tutti i settori della società: non solo i Governi centrali ma anche quelli locali, le imprese, la società civile, i singoli cittadini.
Ecco: i territori, le città, con la partecipazione di ognuno di noi, sono le leve da cui ripartire. Le Regioni e i Comuni italiani dovrebbero dotarsi di una Strategia Regionale e Comunale per lo Sviluppo Sostenibile e favorire la più ampia partecipazione dei cittadini e degli attori sociali. Una Strategia Regionale e Comunale che attui la Strategia Nazionale, e nel contempo faccia proposte e incida nella definizione della Strategia Nazionale.
La “territorializzazione” dell’Agenda ONU 2030 riguarda tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, in particolare gli Obiettivi 11 (Città e comunità sostenibili) e 17 (Partnership per obiettivi).
L’Obiettivo 11 si traduce nella riduzione della percentuale di persone in grave disagio abitativo, nella riduzione del riparto modale tra l’auto e le altre forme di trasporto e mobilità, nella riduzione del consumo di suolo delle aree urbane, nell’aumento della superficie media di verde urbano per abitante, nell’aumento della spesa pubblica per la cultura, nella riduzione della produzione dei rifiuti, nel raggiungimento degli obbiettivi previsti per la raccolta differenziata, nel rispetto dei limiti previsti nel campo della qualità dell’aria…
L’Obiettivo 17 riguarda, in particolare, le politiche di cooperazione internazionale. La Regione e i Comuni dovrebbero svolgere un ruolo di collegamento tra i diversi attori territoriali e con le amministrazioni dei Paesi partner, per costruire partenariati duraturi in ambiti di reciproco interesse: economico, sociale, culturale. In questo modo la cooperazione internazionale non è più aiuto unidirezionale, ma cammino congiunto, partenariato, reciproco interesse e beneficio.
Il testo integrale della mia proposta - “Un’utopia per realisti: attuare l’Agenda ONU 2030 nelle città e nei territori” - è stato pubblicato su Micromega.net l’8 settembre 2018 ed è leggibile (QUI).
La proposta è rivolta a tutte le Regioni e i Comuni italiani. In questa sede è rivolta alla Regione Liguria, al Comune della Spezia, agli altri Comuni della provincia.
Come ha scritto il grande sociologo Zygmunt Bauman nel suo ultimo libro prima di lasciarci, “Retrotopia”, dobbiamo decidere, “nel dare forma alla nostra vita, se siamo la stecca da biliardo, il giocatore o la palla. Se siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca”. Dobbiamo essere noi a giocare: nel mondo globale, a partire dalle città e dai territori.





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Marrakech, piazza Jemaa el Fna (2018) (foto Giorgio Pagano)


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