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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 23 Agosto - ore 17.46

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Le fortificazioni seicentesche in città

di Alberto Scaramuccia

Le fortificazioni seicentesche in città

- La Serenissima Repubblica di Genova, vaso di ferro nei confronti delle le città liguri, lo era di coccio nel contesto europeo. Signora di un territorio di ridotte dimensioni, non era in grado di competere con le potenze europee, prossimi Stati nazionali. Di uno di questi, la Spagna, Genova era alleata, ma l’intesa era precaria. Troppo smaniosa d’ingrandimenti territoriali quella per non suscitare la giustificata diffidenza della Lanterna che ben sapeva l’importanza strategica della Lunigiana, appetita perché lì si muovevano le truppe in caso di guerra da uno scacchiere all’altro.
Così, a inizio Seicento Genova munisce tutto il Golfo di fortezze e batterie. In questo piano rientrano l’ingrandimento di un piano del castello e l’allargamento della cinta muraria che da più o meno un paio di secoli chiudeva la città.
La modifica maggiore è lo spostamento verso mare del braccio meridionale che adesso corre lungo l’attuale via Cavallotti. Di quelle mura resta un bel tratto di muro inclinato che dall’incrocio di via Prione va verso piazzetta del Bastione. Dove le vie s’incontravano stava una porta la cui presenza è ricordata da una targa che un’Amministrazione (chissà quale) ha apposto dove si aprivano le sei aperture nelle mura. Le insegne iniziano tutte dicendo che “nelle mura urbane del XIV secolo qui si apriva la porta” e a seguire il nome. Però, c’è un errore che a proposito della porta di via Cavallotti ho già denunciato, in questa rubrica e in un libro del 2005.
Ho però sempre dimenticato (mea maxima culpa) di dire della porta del Carmine che si apriva grosso modo all’incrocio di via Colombo, la direttrice lungo la quale camminava il braccio occidentale delle mura, con via Cavallotti, la linea lungo la quale si fece il nuovo braccio meridionale nell’allargamento cominciato nel 1607. Quindi, anche per questa porta vale lo stesso discorso: la porta non può essere del XIV secolo come recita la targa, la data va spostata di un paio di secoli in avanti.
Fra l’altro, il cartello è di difficile individuazione, tutto bianco nella facciata bianca del CAMeC, alla sinistra dell’ingresso, in alto: devi puntarci gli occhi per distinguerlo.
Però, il problema, secondo me, non è tanto una data sbagliata (ormai, l’errore è stato fatto e amen), quanto il fatto che sarebbe bene chiedersi quanti Spezzini sanno che la città che abitano una volta era circondata da un quadrilatero murato, e quanti ne conoscono il perimetro.
Una volta il Comune faceva percorsi per le scuole per far sapere ai bimbi la storia cittadina, ma era l’epoca dello pterodattilo.
Oggi viviamo tempi moderni.

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