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Le Naturales Quaestiones di Seneca nell’edizione aldina del 1522

Prosegue il tour virtuale fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

Le Naturales Quaestiones di Seneca nell’edizione aldina del 1522

- Tra le edizioni aldine della biblioteca civica U. Mazzini troviamo un esemplare ben conservato dell’importante versione delle Naturales Quaestiones di Seneca il giovane, stampata a Venezia nel febbraio del 1522 da Andrea Asolano (in aedibus Aldi et Andreae Asulani suoceri: Andrea Torresano, suocero del Manuzio) e curata dall’umanista ungherese Matteo Fortunato.
Formatosi a Padova, Fortunato seguì la stampa di Seneca revisionando le precedenti edizioni delle Quaestiones, a partire dalla princeps del 1490 e con particolare riguardo alla lezione di Erasmo da Rotterdam, uscita dai torchi del Froben a Basilea nel 1515. Il suo lavoro suscitò l’ammirazione del grande umanista olandese che lo ringraziò personalmente nelle successive edizioni dell’Opera di Seneca da lui editate (Basilea 1529 e 1537): “Fortunato”, scrive Erasmo nella prefazione, “uomo dotto, diligente e dal giudizio prudente e corretto, esaminò in modo accuratissimo le Naturales Quaestiones, divenendo l’esempio da seguire per ogni edizione successiva” (cfr. L. Annei Senecae opera, apud Ioan. Heruagium, Basileae, 1537).
Le Naturales, divise in sette libri (o otto a seconda delle ricostruzioni filologiche), sono l’opera sistematica in cui Seneca affronta dal punto di vista scientifico i fenomeni naturali, celesti e terrestri che cadono sotto l’osservazione diretta. Le nozioni esposte sono frutto della vasta cultura dell’autore che si richiama a fonti precedenti, tra cui Teofrasto e Posidonio, elaborate attraverso la propria esperienza. Le descrizioni scientifiche sono naturalmente accompagnate da digressioni di ordine filosofico e morale: ciò che oggi appare disgiunto per metodo e scopi all’epoca non era affatto in contraddizione.
Scritta nell’ultimo periodo della sua vita da un Seneca ormai vecchio e stanco degli intrighi sociali e politici cui aveva assistito, l’opera, dedicata a Lucilio, aveva lo scopo di distogliere lo sguardo dagli inutili problemi mondani e dalle vane occupazioni quotidiane e indirizzare lo spirito alla contemplazione dei segreti della natura e dell’universo, sola condizione per elevarsi al di sopra delle miserie terrene e condurre l’anima dall’oscurità alla luce.
Come esplicitato nella premessa al libro primo, con un paragone di reminescenza platonica (cfr. Fedone, 109b) che sarà poi ripreso da Dante nella Commedia (cfr. Paradiso 27, 85-6), gli esseri umani, osservati dall’alto vengono paragonati a formiche che si affaticano nella loro piccola aiuola, preoccupandosi di dividerla in tante province: “se le formiche avessero l'intelletto dell'uomo non dividerebbero anch'esse un'unica area in molte provincie?” (“Si quis formicis det intellectum hominis, nonne et illae unam aream in multas provincias divident?”, cfr. Nat. Quae., Prefazione al libro I). Queste “piccole” proprietà rendono gli uomini violenti e malvagi, causando miseria e sofferenza in coloro che si affaticano inutilmente a difenderne i confini.
L’osservazione della natura è per Seneca occasione per affrontare problemi filosofici classici e di più ampio respiro, come quelli sull’origine dell’universo e sulla natura di Dio, quale artefice e custode della materia e di un suo possibile intervento nel mondo, compatibile agli attributi di bontà e onnipotenza. (“Quae universi materia sit, quis auctor sit, aut custos, quid sit deus: totius in se intendat, an ad nos aliquando respiciat”, cfr. Nat. Quae., Prefazione al libro I).
Questo genere di contemplazione, afferma l’Autore, è persino superiore ai beni di carattere morale, come l’essere virtuosi o forti nelle sofferenze ed è ciò che dà un senso alla vita: meglio non nascere piuttosto che rinunciare allo studio delle realtà sovratemporali, sentenzia recisamente Seneca nella prefazione al libro primo. È da condannare infatti l’uomo che non si innalza al di sopra delle faccende prettamente umane, restando preda di passioni ed ambizioni, vivendo per “fare da filtro a cibi e bevande”, in balia di malattie e del timore delle morte, senza lo studio delle realtà celesti, sola cosa che rende l’animo degno di fare parte della vita divina (“in consortium dei veniat”, Nat. Quae., Prefazione al libro I).
“Che cos’è Dio (quis est deus)? La mente (mens) dell’universo e la totalità di ciò che si può vedere e non vedere. Quel’è dunque la differenza tra la natura divina e quella umana? La nostra parte migliore è l’anima: in Dio fuori dell’anima non c’è alcuna parte” (“Quid est deus? Mens universi, quid est deus? Quod vides totum et quod non vides totum. Quid ergo interest inter naturam dei et nostrum? Nostri melior pars animus est: in illo nulla pars extra animum”, cfr. Nat. Quae., Prefazione al libro I).
Infine, se la terra è un punto, l’animus può eludere questo limite ed accedere nel superiore territorio della contemplazione, dove, liberato dai vincoli può tornare all’origine, e avvertire finalmente la prova della propria divinità (“vinculis liberatus, in originem redit et hoc habet argumentum divinitatis suae” cfr. Nat. Quae., Prefazione al libro I): sembra di leggere un passo di Meister Eckhart, ma solo perché il grande mistico tedesco utilizzò senza dubbio questa opera di Seneca come fonte.
La copia della Mazzini, in buono stato di conservazione, possiede un valore aggiunto perché apparteneva al mecenate lucchese Bartolomeo Antonio Talenti (1710-1779), come risulta dall’ex-libris nel frontespizio, un discendente di una ricca famiglia di commercianti in seta (cfr. Emilia Daniele, a cura di, Le dimore di Lucca: l'arte di abitare i palazzi di una capitale dal Medioevo allo Stato Unitario, Firenze, Alinea 2007, p. 141). A questo periodo risale probabilmente la semplice ed elegante legatura in pelle, con dorso a quattro nervature, impressioni a secco a motivo floreale con giglio borbonico e tassello con autore e titolo dorato su sfondo rosso.

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