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La vita inquieta di Ceccardo, il vate dell'Apua Mater

di Alberto Scaramuccia

La vita inquieta di Ceccardo, il vate dell´Apua Mater

- Ho detto nella puntata precedente della volontà di riscoprire le radici che animò la generazione di più o meno un secolo fa. Se la storia la fecero Mazzini e Giuliani, se la bandiera della Provincia la sventolò Formentini, chi cantò la terra di Lunigiana fu Ceccardo Roccatagliata Ceccardi che del movimento che voleva ritrovare la sua origine, più che il Poeta fu il Vate e “Apua Mater”, titolo che è programma, è il manifesto in versi di quella volontà.
Ceccardo non ebbe un’esistenza vita facile, traversie familiari e avversità economiche contraddistinsero la sua vita che, oltretutto, si concluse abbastanza presto. Ebbe, però, molti amici che riconobbero ed apprezzarono le sue virtù e che in qualche modo cercarono di alleviare le sue difficoltà.
Una testimonianza del 1925 (il Poeta se n’era già andato quarantottenne sei anni prima) lo disegna come un uomo massiccio con due spallone robuste su cui s’impiantava il testone rotondo e spelacchiato, il volto color mattone riarso e la bocca che si apriva in un “ghigno tragico” appena mascherato da due baffi spioventi. Non un bell’aspetto, quindi, ma due occhi azzurri che sono “due finestre dove brillano luci profonde e melanconiche”.
Ceccardo s’ingegnò a fare molte cose per sbarcare il lunario e nelle sue attività fu anche “impiegato straordinario del Municipio di Spezia”.
Faceva a Genova l’attacchino di manifesti, ma anche questo lavoro viene meno. Appena qua lo si sa, prontamente gli amici lunigianesi presenti in Consiglio comunale (Formentini in testa e poi Galeotti, Genesoni e Rapallini: li univa anche l’idea politica) lo fanno venire, 200 lire al mese di stipendio come “addetto al Gabinetto del Sindaco”. Deve dedicarsi a studi storici che supportino la venuta della Provincia e che il Nostro conduce in una stanzetta al secondo piano del Palazzo comunale di Piazza Beverini.
Rinchiuso nelle mura striminzite dello sgabuzzino, Ceccardo è un leone che si agita in un gabbia che limita la persona ma non il lavorio della sua mente che nella inesausta creatività riesce a ritrovare gli spazi liberi che la precarietà della vita gli proibisce. Però, alla sera, scende al primo piano e nel “bel salone rosso del Comune” declama i suoi versi agli amici, pubblico che l’attende ansioso e l’ascolta rapito. Magari, di sotto la folla protesta animata contro una tassa, strilla, urla, ma il Sindaco non la sente, avvinto da quei versi.
Ma il leone non può stare in gabbia e un bel giorno Ceccardo pianta tutto e se ne va a Lavagna da un amico.
Dai nomi, penso che l’anno sia il 1909 o immediatamente dopo; il Sindaco era Andrea Di Negro.

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