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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Agosto - ore 14.31

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La vecchia e la nuova vita di Barack Obama

di Giorgio Pagano

La vecchia e la nuova vita di Barack Obama

- Credo che non dimenticheremo Barack Obama. I suoi otto anni da Presidente americano si sono conclusi con un bilancio controverso, con luci e ombre, ma la sua popolarità è molto alta, anche in contrapposizione al nuovo Presidente, Donald Trump.
La prima campagna elettorale di Obama fu trascinata da una partecipazione come non se ne vedeva da anni: fu la prima campagna dell’era digitale, ma ebbe anche una più tradizionale dimensione “di massa”, perché seppe coinvolgere molti lavoratori e giovani in carne ed ossa. Le foto di questo articolo sono state scattate a New York nel 2008: quella in alto ritrae un gruppo di lavoratori durante la Labor Day Parade (la manifestazione che si tiene il primo lunedì di settembre); quella in basso una bancarella ad Harlem. Bastava essere lì per capire che Obama avrebbe vinto. In fondo, a pensarci bene, Obama fu il primo eletto sulla spinta di quella profonda onda anti-establishment che sta battendo l’America e l’Europa fin dalla “Grande Crisi” del 2007-2008.
Ma Obama è stato anche vittima di questa spinta, perché, dopo essersi presentato come interprete del cambiamento, ha dovuto fare i conti non solo con la perdita, a metà del suo primo mandato, della maggioranza in Parlamento, ma anche con i condizionamenti provenienti dal suo campo, quello democratico: si pensi al ruolo degli uomini di Wall Street nelle politiche economiche e sociali, e a come hanno moderato, per esempio, la sua proposta di riforma sanitaria; o all’incidenza di Hillary Clinton, nominata Segretario di Stato, e degli uomini del Pentagono nelle scelte di politica estera. L’uomo più potente del mondo in realtà dipende da chi lo ha fatto entrare alla Casa Bianca e dalle élite finanziarie. Da qui delusione e disincanto nella società americana.
E tuttavia, nel fare un bilancio, la presidenza di Obama è stata di grande rilievo. Non solo perché è difficile trovare nella storia recente degli Stati Uniti un uomo così limpido e disinteressato, dalla vita personale così inattaccabile. C’è qualcosa di più. In campo economico Obama ha combattuto la crisi senz’altro meglio della Merkel e dell’Europa dell’austerity. Ha aumentato gli investimenti pubblici e ha fatto crescere l’occupazione, anche se molti posti di lavoro sono precari, part-time e sottopagati, e molti operai hanno visto sparire le loro fabbriche e si sono ricollocati nel terziario povero (camerieri di fast-food, cassiere degli ipermercati, fattorini di Amazon). La riforma della sanità, pur “moderata” e quindi con molti difetti, ha aumentato il numero di coloro che hanno l’assistenza sanitaria. E però le grandi diseguaglianze non sono diminuite. Il bilancio di Obama in campo economico e sociale è dunque, al tempo stesso, “straordinario e deludente”, come ha scritto Federico Rampini su “La Repubblica” del 9 gennaio scorso. Positivo è stato poi l’impegno in campo ambientale, contro la crisi climatica e per le energie rinnovabili.
Dove è andata peggio è in politica estera, il campo in cui i condizionamenti sono stati ancora più forti. Si pensi al discorso al Cairo del 2009 e alle sue aperture al mondo non bianco, così in contrasto con quanto sta avvenendo oggi. Certo, ci sono stati il disgelo con Cuba e l’intesa con l’Iran, ma anche l’impasse in Afghanistan, l’incapacità di fermare la catastrofe in Siria, l’ignavia di fronte alla colonizzazione della Palestina… E Obama non ha chiuso Guantanamo, il carcere simbolo degli orrori della guerra al terrorismo.
C’è poi una questione che riguarda la società americana. Io ero più ottimista, dopo l’elezione di Obama: vedevo l’America come un melting pot, ormai capace di superare ogni pregiudizio razzista. E invece l’elezione di Trump dimostra che ci sono milioni di bianchi americani che si sentono “superiori” ai neri e ai messicani. Avere un presidente afro-americano alla Casa Bianca ha dato loro la sensazione di non essere più la classe dominante, di essere emarginati. Da qui il risentimento e la voglia di rivincita. “La solitudine del cittadino globale” -per citare un altro grande vecchio che ci ha lasciati, Zygmunt Bauman- e in modo particolare quella dell’uomo bianco che pensa di stare peggio a causa del mondo globale, ha generato la ribellione alle élite, impersonate da Hillary, e l’affidarsi al nuovo miliardario Trump, considerato diverso dai miliardari dell’élite. Peccato che nel suo Governo Trump abbia già designato tre ex banchieri della Goldman Sachs e due petrolieri, più altri lobbisti legati ai poteri dell’economia!
Certo è che ora Obama si vede quasi costretto dal nuovo Presidente ad avere una seconda vita politica, come guida dell’opposizione: “Parlerò, da cittadino, se i nostri valori fondamentali saranno minacciati”, ha detto nella sua ultima conferenza stampa. Non a caso “Organizing for Action”, il movimento di base che animò le sue due campagne elettorali, è stato rimesso in moto. Le energie ci sono, come ha dimostrato l’entusiasmo che Bernie Sanders, poi sconfitto da Hillary alle primarie democratiche, ha saputo suscitare, in particolare tra i giovani. Ma il compito è enorme: da reinventare non c’è solo il Partito democratico americano, c’è tutta la sinistra mondiale. Brexit e Trump hanno aperto una nuova fase nel mondo intero, e tutto va ripensato: valori, idee, programmi, forme dell’organizzazione politica. Se Obama ha in buona parte deluso, è perché nella macchina del potere che gli si è messa contro c’era anche il suo partito. E le (ex) socialdemocrazie europee continuano a proporre politiche che non servono a migliorare la condizione di chi è colpito dalla crisi.
Per tornare a Bruce Springsteen, protagonista delle mie riflessioni tra 2016 e 2017, mi viene in mente la sua canzone “Youngstown”: “Ora mi dici che il mondo è cambiato. Ora che ti ho reso tanto ricco da dimenticare il mio nome”. Era il 1995 e “The Boss” scriveva questi versi dando voce all’operaio di Youngstown, Ohio, rimasto senza lavoro a causa della globalizzazione e della delocalizzazione delle fabbriche della “Rust Belt”, l’ex cuore pulsante dell’industria statunitense. Quell’operaio, che ha sempre votato democratico, a novembre ha probabilmente votato per Trump. Ecco allora la questione di fondo: come può la politica democratica rappresentare il mondo degli operai e di tutti i dimenticati? Anni luce sono passati da quando uno Springsteen bambino chiedeva a sua madre se in famiglia fossero democratici o repubblicani: “Siamo democratici perché i democratici stanno con i lavoratori”, fu la risposta di mamma Adele. Mia nonna si chiamava anche lei Adele, e stava con i socialisti per lo stesso motivo, così mia madre. Ma ora? Ora che ha vinto Trump, ora che la Lega ha appena vinto a Monfalcone, cuore operaio e “rosso” d’Italia? Quante sono le “Rust Belt” e i luoghi come Monfalcone che la politica democratica e di sinistra non ha voluto vedere e capire?
Lo scrittore Paolo Rumiz ha scritto che i politici dovrebbero “prendere il tram ogni giorno” (“La Repubblica”, 10 novembre 1016). Io avevo scritto qualcosa di simile, parlando di “treni regionali (si veda, in questa rubrica, “Perché la politica sta perdendo se stessa”, 7 ottobre 2016). Insomma: bisogna indagare la realtà popolare, dialogare con essa, suscitare la sua partecipazione. A meno di non ricadere nell’errore richiamato da Bertolt Brecht: “Il Comitato Centrale ha deciso, il popolo non è d’accordo. Il Comitato Centrale ha deciso di nominare un nuovo popolo”. Fino alla prossima sconfitta. No, dobbiamo tornare dal popolo. E ricominciare a immedesimarci nelle sofferenze del popolo, a riconoscerci nell’altro: “E’ una scelta rivoluzionaria, l’unica capace di cambiare il mondo” (“Anno vecchio e anno nuovo. Ricordi, riflessioni e speranze - seconda parte”, in questa rubrica, 6 gennaio 2016). Nei momenti di crisi e di cambiamento bisogna innanzitutto tornare ai principi, ai fondamenti: è la premessa per tutto il resto. Nei giorni scorsi si è costituita la rete dei “Numeri pari”, contro le diseguaglianze, per la giustizia sociale e la dignità, promossa da Libera e da altre associazioni. Don Luigi Ciotti ha così spiegato la nascita della rete: “Noi non siamo navigatori solitari ed eremiti digitali, ciascuno viene da una lunga storia. Ora siamo chiamati a dargli una continuità più grande: umilmente, con concretezza e responsabilità, dobbiamo unire le forze. Non basta unirci dal basso, l’unione deve partire da dentro. Vogliamo unire le nostre forze con chi fa più fatica nella vita, con loro e non per loro. È necessario mettersi nei panni dell’altro, altrimenti resteremo solo dei teorici, dichiareremo una solidarietà che non si impasta con la giustizia. Se oggi i diritti sono deboli, non è solo a causa di chi li attacca, ma perché noi li abbiamo difesi troppo debolmente”.
Obama, nel suo ultimo discorso a Chicago, ha detto, da americano, cose simili: “Sta a tutti noi essere guardiani preoccupati e gelosi della democrazia; abbracciare con gioia questo compito per continuare a migliorare la nostra grande nazione. Perché per tutte le nostre differenze, condividiamo tutti lo stesso titolo: cittadini. In fin dei conti, ce lo chiede la nostra democrazia. Non solo quando c’è un’elezione, ma nell’arco di tutta una vita. Se siete stanchi di discutere con degli sconosciuti su internet, cercate di parlare con qualcuno di persona. Se qualcosa dovrebbe funzionare meglio, allacciatevi le scarpe e datevi da fare. Se siete delusi dai vostri rappresentanti, raccogliete le firme e candidatevi voi stessi. Fatevi avanti, fatevi sotto. Perseverate. Qualche volta vincerete. Altre volte perderete. Presumere che ci sia del buono nel prossimo può essere un rischio, e ci saranno momenti in cui sarete molto delusi. Ma per chi di voi sarà fortunato abbastanza da riuscire a fare qualcosa, da vedere da vicino questo lavoro, lasciate che ve lo dica: può ispirarvi e darvi energia”. La democrazia non funziona senza un basilare sentimento di solidarietà verso gli altri. E’ l’insegnamento che a Barack Obama è rimasto impresso dalla sua esperienza giovanile come attivista nei quartieri poveri di Chicago. Anche lui torna ai principi, ai fondamenti, alla base dell’esistenza della politica democratica. Non c’è altra strada.

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New York, bancarella ad Harlem, settembre 2008 (foto Giorgio Pagano)


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