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La vasche in Via Chiodo e la spensieratezza volata via

di Alberto Scaramuccia

La vasche in Via Chiodo e la spensieratezza volata via

- Che il cosmo giovanile spezzino non sia tanto micro, ce ne accorgiamo soprattutto il sabato pomeriggio in via Prione dove vedi anche qualche temerario che ci si avventura in bici.
Per noi il passeggio era via Chiodo, traversata senza fine avanti e indietro, con i portici diventati piscina di interminabili vasche, parola che non ci mise molto a diventare simbolo e metafora del nostro essere.
Il ricordo attenua la realtà, ma quella via Chiodo mi pare ben diversa dalla odierna, con quei negozi retrò, monotonamente piacevoli e noti, che insaporivano la strada, un gusto che non riesco più ad assaporare per il tourbillon di esercizi commerciali che si sono alternati nella via globalizzata.
Ma allora era piacevole fare, instancabili, gli stessi angoli rivedendo ad ogni tornata sotto i portici quelle forme antiche della nostra città che ci davano un senso di sicurezza proprio per essere uguali da decenni.
C’era l’Unione Militare, quasi coeva dell’Arsenale che vendeva anche ai civili, ed accanto, mi pare al numero 79, c’era il luogo dove ci rifugiavamo quando il vascheggio invocava una tregua.
Oggi c’è un ristorante giapponese venuto dopo altre esperienze commerciali, ma, quando portavo i capelli lunghi e la barba era ancora nera, lì stava la mitica Birreria Dreher. Nel ricordo è un po’ buia; a me sembrava una cava esistenzialista, con tanti tavoli disposti tipo mensa aziendale. Noi, però, non consumavamo quasi mai per il banale motivo che eravamo squattrinati. Ci mettevamo lì a parlare, quasi mai di esami, quasi sempre di bionde confondendo con la parole cicche e fantele finché un ricco di 100 lire non metteva in moto il jukebox. Erano gettonatissimi Fabrizio con Il pescatore e Moustaki con Lo straniero che, senza voler fare il verso all’appena letto Camus, raccontava una storia d’amore di facili rime baciate.
Il mastro birraio, chissà come si chiamava, ci sopportava anche se non spendevamo, capendo che non era per tirchieria. Qualche volta ti offriva anche una nazionale.
Poi l’Inghilterra, il militare, Firenze mi distrassero da via Chiodo. Tuttavia, quando tornavo, anche se per poco, non mancavo mai di farmi una vasca, a volte anche spingendo un passeggino. Dal minor traffico si capiva che c’erano cambiamenti in corso e la Dreher non era aperta. Mi dissero che il birraio, convinto di saper volare, aveva socchiuso la persiana dimenticando però di aprire le ali.
Mi intristii, era il simbolo che anche la nostra spensieratezza se n’era volata via. Le aveva spalancato le finestre la maturità che credevamo di aver raggiunto, la favola bella che mai manca di illuderci.

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