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Ultimo aggiornamento: Domenica 21 Ottobre - ore 21.23

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La ragazza del campetto di Rebocco

Moda e costume secondo Elena Sanfilippo. Di Francesca Cattoi

Le migliori intenzioni
La ragazza del campetto di Rebocco

- Crescere in provincia forma il carattere e crea un sostrato di memorie e comportamenti che ci portiamo dentro quando ci allontaniamo da quella realtà e ci immergiamo nella vita professionale e affettiva. Elena Sanfilippo (La Spezia, 1987) è cresciuta nella periferia della Spezia, zona Rebocco, e ha deciso molto presto di volersi allontanare da quell’orizzonte, che mi scuserete se definisco angusto. Vive a Milano da circa 12 anni, ma come scoprirete leggendo l’intervista mantiene con la nostra città un forte legame e ha sviluppato una visione nuova su le relazioni tra ambiente, moda, costume. Ci siamo incontrate a Milano, al Bar Luce della Fondazione Prada per fare il punto sulle domande e i concetti espressi. Il luogo era perfetto per due tipe della periferia spezzina (io sono cresciuta tra la Pieve e il Favaro) per discutere di moda, sostenibilità, costume.

Ciao Elena, eccoci qui. Come sempre partiamo dall’inizio. Che studi hai fatto? Dove hai studiato?
"Dopo la maturità conseguita presso il Liceo Classico L. Costa, mi sono iscritta al Politecnico di Milano dove mi sono laureata alla triennale di Design della Moda. Ho poi iniziato la specialistica dove, grazie ad una borsa di studio, ho partecipato ad un programma di scambio per un semestre al Fashion Institute of Technology di New York. Lì ho vissuto una delle esperienze più interessanti e formative sia a livello accademico che personale. Confesso di non aver mai portato a termine la Laurea Specialistica, ho lasciato indietro soltanto la tesi (un’indagine sulla corrente Normcore che aveva preso piede nei primi anni dieci del nuovo millennio), perché dopo il primo stage ho trovato lavoro e ho preferito dedicarmi a quello".

Come mai hai scelto di intraprendere un corso di studi dedicato alla moda?
"Credo di aver seguito un istinto che sento fin da piccola, da sempre osservo le persone nel loro modo di indossare i vestiti. Qualsiasi scelta d’abbigliamento (soprattutto quelle di chi dichiaratamente se ne frega e sostiene di vestirsi senza pensare) dice qualcosa su chi abbiamo di fronte. Vestirsi, nella nostra società, è una necessità primaria e, derivando da una serie di scelte individuali che compiamo tutti i giorni, è il primo mezzo di comunicazione di noi stessi. Usciamo di casa e diamo un messaggio, a volte più silenzioso, a volte urlato, ma raccontiamo sempre qualcosa. Inoltre, può sembrare buffo, ma molti ricordi della mia infanzia sono legati a capi indossati da me o dalle persone che avevo intorno.
Al momento della scelta dell’università, ho iniziato a pensare di spostarmi dagli studi umanistici a qualcosa di più pratico per dare sfogo alla parte creativa che fino ad allora sentivo di aver sacrificato. Ho fatto un po’ di ricerca perché i corsi di moda sono tenuti per lo più da istituti privati molto costosi, che non potevo permettermi. A me interessava un’università statale sia perché sono una sostenitrice convinta dell’istruzione pubblica e sia perché avevo bisogno di una borsa di studio. Il Politecnico era ideale per me, poi è stato tutto molto veloce, ho fatto il test d’ingresso, mi hanno presa, dopo qualche mese ero a Milano. Ammetto che i primi mesi sono stati difficili, il corso si è rivelato diverso da come me lo aspettavo, ma ho insistito, tutto si è sistemato per il meglio. Oggi posso dire di essere soddisfatta della scelta fatta".

Da quanto lavori, vivi a Milano? Hai sempre lavorato da Versace o hai fatto esperienza in altre case di moda?
"Mi sono trasferita a Milano nel 2006, appena dopo la maturità. Nel 2011, ho mosso i primi passi nell'ambiente lavorativo, dapprima con uno stage e poi con un primo contratto presso la Andrea Incontri Srl, dove mi sono avvicinata al mondo della pelletteria lavorando sia per il brand omonimo che come consulente per altri brand (Jil Sander Navy, Missoni, Tod's). Tra il 2014 e il 2015, ho lavorato per il brand americano Proenza Schouler, facendo la spola tra Firenze e New York, dove è basato l'ufficio stile. È stato molto faticoso per via dei continui spostamenti ma assolutamente fondamentale per la mia crescita professionale. Da settembre 2015 sono tornata a Milano, dove lavoro come Senior Accessories Designer per Versus Versace". 

Passi buona parte della settimana, se non mesi, lontano dalla Spezia. Cosa ti lega alla città, a parte gli affetti familiari?
"Forse è banale, ma stare per tanti anni lontana da casa ha cambiato il mio modo di osservare, e quindi di pensare, mi sono trovata ad apprezzare aspetti che prima davo per scontati perché erano parte del mio quotidiano. Mi piace la vita metropolitana e frenetica, ma crescendo trovo sempre più impagabile il contatto con la natura. La Spezia, e la Liguria in generale, in questo momento rappresentano per me un punto di fuga quando voglio staccarmi dal cemento. Nella sua accezione positiva mi piace molto la noia, credo sia un sentimento che manca sempre di più nelle nostre vite, alla Spezia riesco a godermi il tempo in un altro modo".

Come si svolge il tuo lavoro quotidianamente?
"Mi occupo di disegnare le collezioni di accessori donna e uomo per Versus Versace. Parto da una fase di ricerca sia in termini di immagini che di oggetti fisici. Circa due volte all'anno faccio un viaggio di ricerca per attingere da mercati, negozi di usato, musei e mostre e poter rielaborare quanto ho visto e fruito, traducendolo in una nuova collezione. Partendo dai primi disegni e da un confronto continuo e diretto con la direzione artistica e il merchandising, c'è una fase di sviluppo di prototipi nella quale ho la fortuna di lavorare a stretto contatto con gli artigiani e le fabbriche. Al momento, per esempio, seguo una parte di sviluppo in Italia dove l'artigianalità ha ancora un valore e mi da l'opportunità di seguire da vicino la creazione dei prodotti e una parte in Asia dove il modo di lavorare è completamente diverso, perché lavoro più via email, inviando disegni tecnici molto precisi. Sono più distante e riesco a essere fisicamente presente in fabbrica due volte l'anno".

Quali sono gli aspetti più divertenti del tuo lavoro e quelli più stressanti e/o negativi?
"Uno dei momenti che preferisco è quando ricevo il campionario finito, finalmente vedo concretizzarsi le idee che erano soltanto tratti di matita su un foglio qualche mese prima. La parte più divertente sono i viaggi, cerco sempre di sfruttare a pieno il tempo che trascorro fuori da Milano ed immergermi quanto più possibile nelle realtà locali. 
C'è poi la parte legata alle sfilate, dopo tanti anni non mi entusiasma come all'inizio, ma è un momento frenetico, seppur faticoso, dove finalmente vedi le tue idee prendere vita sulla passerella.
I primi anni di lavoro sono stati faticosi sia dal punto di vista psicologico che fisico, mi è capitato di fare orari folli per lunghi periodi guadagnando davvero poco. La moda è un ambiente crudele, devi sopportare molto prima di ottenere rispetto. È pieno di persone stressate e nervose, molti compromettono la loro vita privata per la carriera. Ho cominciato a vedere questo come un aspetto negativo che, soprattutto crescendo, sto cercando di evitare. Inoltre, sono molto sensibile ai temi etici inerenti sia ai lavoratori che all'ambiente, lavorare all'interno di un sistema che si nutre di over produzione e creazione di bisogni futili ha iniziato a pesarmi ultimamente, per cui sto ragionando in termini diversi e nuovi anche su questo. Può sembrare ipocrita parlare negativamente di quello che ti permette di vivere, ma ammetto che solo relazionandomi strettamente con le dinamiche produttive ho iniziato a pormi domande sull’etica legata all’industria, non solo in termini di moda".

Che stimoli hai dal tuo lavoro ed in generale dall'abitare a Milano. Quali sono le tue fonti di ispirazione?
"Milano è una città viva e attiva, ricca di eventi culturali e mostre che appagano la mia curiosità in ambito artistico e musicale. La cosa che però trovo più stimolante è la coesistenza di diverse culture, per fortuna sempre maggiore. Trovo molta ispirazione nel quotidiano, nello spontaneo, preferisco un venerdì al mercatino di Viale Monza che un vernissage. Le cose vere, a volte "brutte", mi raccontano di più di ciò che è artefatto, costruito, pensato secondo una logica di “buon costume”. L'ambiente notturno del clubbing è sicuramente un'altra fonte costante di ispirazione: di notte le persone si rivelano maggiormente per quello che sono, non devono attenersi alle etichette quotidiane imposte dagli ambienti lavorativi, è tutto più autentico e stimolante. Inoltre da sempre sono affascinata dal mondo queer performativo, c’è un’attenzione particolare all’abito / costume che diventa uno strumento per svelarsi e per esprimere il proprio punto di vista".

Hai qualche progetto o attività parallela al tuo lavoro quotidiano?
"Dal 2013, con alcuni amici, abbiamo dato vita al collettivo artistico Motel Forlanini, con cui seguo principalmente progetti di video musicali, occupandomi della parte moda. È molto stimolante lavorare senza fini di profitto per un'idea comune, siamo uniti da una visione condivisa su quello che ci sta attorno, proviamo a digerire insieme la contemporaneità, sfruttando la vena ironica. Il nostro progetto principale è M¥SS KETA, per cui seguo la parte di costumi. È diventato un secondo lavoro e mi permette di liberare e sviluppare la mia passione per i costumi di scena, per tutto quello che non deve sottostare ai trend di mercato, ma che nasce dalla fantasia e dalla sperimentazione.
Il costume diventa un vero e proprio mezzo di comunicazione durante l’atto performativo e mi dà la possibilità di esprimere il mio punto di vista sul mondo.
M¥SS KETA nasce dalla volontà comune di descrivere le tematiche del presente, talvolta non particolarmente rosee. La generazione dei Millenials, cui appartengo, è vittima passiva del consumismo e della tecnologia. Non so se possiamo fare qualcosa per cambiare tutto questo, ma sicuramente possiamo parlare apertamente di quello che non funziona, è importante essere coscienti del tempo in cui si vive. Motel Forlanini ha trovato nell’ironia la sua arma e la sua salvezza: partendo dal teatro greco in cui si entrava in scena con l’atto di indossare la maschera, M¥SS KETA ha il volto velato e riesce ad essere vera (“datemi una maschera e vi dirò chi sono” diceva Oscar Wilde). Si tratta di un progetto che è spesso frainteso, ha diversi livelli di lettura e non ci aspettiamo che tutti comprendano il nostro messaggio reale. Di primo impatto può sembrare una banale esternazione di concetti volgari e poveri di significato, se si ascolta con più attenzione si intravede una discussione delle problematiche attuali, esternate utilizzando il cut-up reso famoso da Blob, uno dei programmi più innovativi della TV italiana.
I testi sono espliciti, trattano i “temi dei giovani”: droga, sesso, esagerazione, social network, politica, attualità senza paura di chiamare le cose con il proprio nome. La chiave ironica serve a raccontarli, non c’è un giudizio vero e proprio da parte nostra, per lo meno non è palesato, nessuna volontà di accettazione o contrasto.
Il ruolo dell’abito è fondamentale per M¥SS KETA: lei è una diva tutt’altro che canonica, non incarna gli stereotipi di bellezza da cui siamo costantemente bombardati, è genuina nel suo costruirsi un’immagine accattivante e irriverente. Per quanto di negativo ci è dato dall’abuso dei social network, trovo molto positivo che corpi non canonici siano stati sdoganati, inizia a percepirsi la bellezza nell’imperfezione e nella “diversità”".

Come ti vedi nel futuro, quali aspettative e propositi?
"Come ho detto prima, mi sento oppressa dalle dinamiche di over produzione e dal consumismo pervasivo di questi tempi. Vorrei continuare a far parte di questo sistema, riuscendo a dare vita ad un progetto che possa rispettare in termini etici i lavoratori, l'ambiente e gli animali. Credo che la moda possa avere senso solo come scelta etica, coscienza di consumo. Consumare di meno e con più qualità dovrebbe essere un obiettivo condiviso soprattutto dalle generazioni più giovani. Io, ad esempio, mi sto educando a ridurre i consumi, soprattutto in termini di abbigliamento, favorendo acquisti in negozi dell'usato e mercatini oppure scegliendo prodotti di cui conosco la provenienza. È un piccolo sforzo, rimango comunque una persona che fatica a stare senza iPhone e a molti dei comfort che fanno parte della nostra quotidianità, per cui cerco di esercitarmi con costanza a piccole rinunce.
Non so ancora con chiarezza quale forma potrebbe avere questa idea del mio futuro, mi do qualche anno per pensarci, sicuramente vorrei continuare a fare qualcosa di creativo. Vedo nella creatività e nella produzione di idee un potenziale sempre positivo che trasmette valori e compensa quello che di negativo arriva da ciò che non dipende da noi.
D’altra parte, rimane in sospeso, dai tempi del liceo, il sogno di un corso di studi in Filosofia".

Ho imparato a considerare la moda, e tutto l’apparato che le sta intorno, con un certo rispetto da quando lavoro a Milano. Mi occupo di arte contemporanea e ho avuto la possibilità di comprendere che lo scambio e la compenetrazione tra i due mondi vive oggi un momento proficuo e di reciproco vantaggio e supporto. L’ammirazione e la curiosità intorno a questi due settori è grande e vitale. Condivido le preoccupazioni di Elena e la sua analisi del settore, che per alcuni aspetti possono anche essere applicate all’arte. Per cui concludo con le parole del filosofo e scrittore americano Henry David Thoreau, una sorta di mantra personale quando mi accorgo che non ho prestato attenzione a quello che indosso e che forse Elena apprezzerà: “Beware of all enterprises that require new clothes – Diffidate di ogni impresa che richieda dei vestiti nuovi.

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Elena Sanfilippo


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