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La prima volta di San Carlo

di Piero Donati

La prima volta di San Carlo

- I cultori di storia spezzina amano ricordare che nel sito dell'ex-cinema Diana, in Via Sapri, sorgeva un tempo un oratorio dedicato a San Carlo Borromeo, uno dei protagonisti del Concilio di Trento, morto nel 1584 e canonizzato il 4 novembre 1610. Nella diocesi di Luni-Sarzana le prime tracce della devozione a questo campione della Riforma cattolica si trovano però a Sarzana e risalgono agli anni dell'episcopato del genovese Giovanni Battista Salvago (1590-1632), il quale dimorò a Roma negli ultimi mesi del 1612 dopo aver portato a termine una complessa missione diplomatica a Praga.Durante questo soggiorno il vescovo ebbe modo, come ho ipotizzato ne Le arti a Sarzana (1999), di commissionare due dipinti – destinati ad altrettante chiese sarzanesi ed accomunati dalla presenza di San Carlo Borromeo – a due importanti maestri attivi sulla scena romana: il toscano Baccio Ciarpi (1574-1654), che venne incaricato di eseguire, per la chiesa extra moenia dei Cappuccini, il San Carlo che prega per gli appestati, ed il piemontese Giovanni Antonio Molineri (1577-1631), al quale spetta una tela, oggi conservata nella chiesa di San Bartolomeo di Ponzano Magra, nella quale si assiepano attorno ad una nuda croce vari santi fra i quali il Borromeo, collocato ai piedi del Battista ed alle spalle della Maddalena, quasi a voler mettere alla prova quell'accanita ricerca della castità sulla quale insistono i biografi.Quest'ultimo dipinto ostenta un assetto iconografico tutt'altro che consueto, il quale trova spiegazione alla luce degli accordi sottoscritti il 25 giugno 1602 dal Capitolo dei Canonici di Santa Maria Assunta e dai rappresentanti della famiglia Cattani, detentrice del giuspatronato della cappella di San Giovanni Battista, al fine di trovare una degna collocazione per la croce dipinta di Maestro Guglielmo (1138), proveniente dalla pieve di Sant'Andrea e collocata in quel momento “sopra alla porta della sacrestia”. La convenzione, redatta in volgare, prevedeva, tra l'altro, che il Capitolo avrebbe fatto dipingere “da qualche valente pitore” alcune immagini destinate a far da complemento all'antica croce: sopra i bracci orizzontali avrebbero trovato posto, uno per parte, i protagonisti dell'Annunciazione (l'Incarnazione è la premessa della Redenzione tramite il sacrificio) e ai piedi della croce sarebbero stati raffigurati, due per parte, il Battista ed il Protomartire, e poi San Francesco “da Sisi” (sic) e la Maddalena, santi che una lunga tradizione iconografica collegava al culto della croce.
A distanza di dieci anni, benché fin dal 9 marzo 1603 fossero state emanate precise disposizioni circa la raccolta e l'utilizzo delle elemosine, e benché la cappella fosse stata dotata di un nuovo altare con colonne di portoro (1 dicembre 1606), il Capitolo non aveva ancora ottemperato all'obbligo di affiancare alla croce di Guglielmo le immagini elencate nella convenzione. Una semplice dimenticanza? C'è da dubitarne giacché l'accordo del 1602 era stato sollecitato dal Salvago ed è più che probabile che i canonici, che non trascuravano alcuna occasione per mostrare al vescovo la loro ostilità, avessero visto in questo atto, rogato nella cancelleria della Curia, un'indebita intrusione nelle loro competenze e avessero perciò deciso di fare resistenza passiva. Allorchè la pala del Molineri giunse a Sarzana, la presenza di San Carlo Borromeo, non prevista nella convenzione con i Cattani, potrebbe aver fornito il pretesto per la ripresa dell'agguerrito confronto fra il presule ed il Capitolo, confronto che si risolse con la rinuncia del Salvago alla collocazione della tela del Molineri a protezione della croce e con l'incarico, alcuni anni dopo, ad un protetto del Salvago (e cioé Domenico Fiasella, rientrato da Roma) dell'esecuzione dei quattro pannelli recanti le raffigurazioni previste dalla convenzione del 1602. Di essi, sono perduti i due minori, raffiguranti l'Annunciazione e si conservano, presso il Museo Diocesano, i due maggiori, nei quali non c'è traccia del Borromeo, il quale dovette quindi accontentarsi, per il debutto sarzanese, della penombra discreta della chiesa dei Cappuccini, prediletta dal Salvago.

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