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Ultimo aggiornamento: Domenica 05 Aprile - ore 19.07

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La nuova aristocrazia

di Giorgio Pagano

luci della città
La nuova aristocrazia

- Due indagini rese note in questo mese ci spiegano che il problema delle diseguaglianze sociali sta diventando enorme, nel mondo e in Italia.
Secondo gli ultimi dati raccolti dal Bloomberg Billionaires Index, le 500 persone più ricche nel mondo hanno visto crescere il proprio patrimonio di 1.200 miliardi di dollari nel 2019, il 25% in più rispetto al 2018, per una ricchezza complessiva che oggi ammonta a 5.900 miliardi di dollari.
“Ci sono due tipi di disuguaglianza che stanno erodendo la nostra democrazia: quella del reddito e quella della ricchezza. E una volta che la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, ogni anno di più a causa del nostro sistema fiscale, il divario si amplia ancora più drammaticamente”. È il cuore di un lungo tweet dello scorso novembre di Abigail Disney, erede del colosso fondato da Walt e Roy O. Disney. Con un patrimonio personale di circa 140 milioni di dollari, Abigail Disney è una voce fuori dal coro tra le 265.490 persone ultra wealthy nel mondo, cioè quelle che posseggono una ricchezza superiore a 30 milioni di dollari. Ma non teme smentita, come spiegano i dati del Bloomberg Billionaries Index.
Nel pianeta gli ultra wealthy sono infatti 265.490, con una ricchezza di 32.305 miliardi di dollari, in crescita dello 0,8% rispetto al 2017 quando invece si erano incrementati del 12,9% in numerosità e del 16,3% in valore. Saldamente in testa gli Stati Uniti con 81.340 persone e una ricchezza che sfiora i 10.000 miliardi di dollari, la Cina con 24.965 persone precede Giappone e Germania, rispettivamente con 17.855 e 15.685 persone.
L’Italia è al nono posto con 6.270 persone. Nell’ultima rilevazione ha superato la Svizzera e nella top ten è l’unico Paese, con la Germania, che vede crescere i propri ultra wealthy sia in numerosità che in ricchezza complessiva. Nel 2018 se ne sono aggiunti oltre 300 per una ricchezza totale in crescita del 2,2% a 708 miliardi di dollari.
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L’altra indagine è quella di Eurostat, con dati che fotografano la situazione dell’Italia fino al 2018.
Il nostro Paese è il peggiore tra gli Stati europei più popolosi per differenza di reddito tra i ricchi e i poveri: il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate più di sei volte superiori a quelle di coloro che sono nel 20% più in difficoltà. Una forbice che nell’ultimo decennio si è allargata: la differenza era di 5,21 volte nel 2008, è diventata appunto di 6,09 volte nel 2018.
La lettura dei dati evidenzia anche una differenza tra il Nord e il Sud: il minor divario tra ricchi e poveri si registra in Regioni come Friuli Venezia Giulia (4,1) e Provincia di Bolzano (4), mentre la forbice è a livelli record in Campania e Sicilia, dove il 20% benestante ha un reddito 7,4 volte superiore al quinto più disagiato della posizione.
Nel 2018 il governo aveva rafforzato il Reddito di inclusione in favore della povertà, con circa 300 milioni, ma a giudicare dai dati forniti dall’istituto di statistica europeo non sarebbe riuscito a contrastare l’aumento del gap tra i ricchi e i poveri. La crescita della distanza tra i due gruppi, a scorrere la tabella dei vari anni, appare quasi inesorabile. Dal 2008, l’anno in cui è scoppiata la crisi negli Usa che ha lambito l’Europa solo nella parte finale dell’anno, il differenziale tra ricchi e poveri è aumentato di una ulteriore unità: se allora valeva 5,21 volte, nel 2016 si era saliti al 6,27 volte (un record), per poi ridiscendere al 5,92 del 2017 e sfondare di nuovo la soglia del sei, a 6,09 volte, nel 2018. Nell’ultimo decennio, insomma, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. I dati dell’Eurostat non arrivano al 2019 e quindi non valutano ancora il possibile impatto del Reddito di cittadinanza.
Oltre alla tendenza, per l’Italia non arrivano buone notizie nemmeno dal confronto con il resto d’Europa. L’allargamento della forbice tra ricchi e poveri nel nostro Paese lo si vede guardando alle medie: nell’eurozona il divario complessivo è di 5,07 volte, quello dell’Ue a 28 di 5,17 volte. L’Italia è ben più su, messa poco peggio della Spagna (6,03 volte), mentre è molto minore la disuguaglianza in Germania (5,07 volte) e soprattutto nella vicina Francia (4,23 volte). L’Italia è la peggiore, per ampiezza del gap, tra le nazioni più popolose. Nella lista dei 28 aderenti -guidata da Serbia, Bulgaria e Romania, con un divario rispettivamente di 8,58, 7,66 e 7,21 volte- si piazza al settimo posto. Fanno peggio di noi solo altri quattro Paesi: Lituania, Albania, Lettonia e Macedonia.
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Queste enormi diseguaglianze non sono ineluttabili, ma dipendono da scelte intenzionalmente compiute a partire dagli anni Ottanta con il neoliberismo: il ritiro dello Stato da ogni intervento strategico, la rinuncia alla piena occupazione e alla progressività fiscale, l’indebolimento sistematico del mondo del lavoro.
Quel che bisogna fare è dunque il contrario di quel che si fa dagli anni Ottanta. Ma non solo questo. Non si tratta infatti di tornare puramente e semplicemente al Novecento, perché il tema ambientale si pone con forza drammatica, a differenza di allora. C’è bisogno dunque, contro la nuova aristocrazia capitalistica globale, di un nuovo incontro tra pensiero liberale progressista, pensiero socialista-comunista e pensiero ambientalista. Altrimenti l’Occidente si inabisserà, come ha già cominciato a fare: perché l’eguaglianza -oggi così negata- è la trama della sua identità storica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Punta Corvo (2014) Giorgio Pagano


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