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Ultimo aggiornamento: Giovedì 24 Agosto - ore 10.33

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La moto Rumi

di Marcello Albani - (seconda leggenda arsenalizia)

La moto Rumi

- Occorre essere over cinquanta per ricordarsi della moto Rumi. Era un centoventicinque con due cilindri a vu, ed un manubrio stretto e basso che ti costringeva a starci sdraiato sopra come ad un asinello.
Dell’asinello aveva anche l’altezza, così bassa dal suolo che il guidatore doveva tenere le gambe aperte e le ginocchia in bocca... non era, insomma, il massimo dell’eleganza.
Non rombava come le altre moto, spernacchiava di uno spernacchiamento ovattato e petulante; però camminava, ed era il sogno di quanti avessero vocazioni corsaiole.
Il nostro eroe, che camalàva al porto, la fece sua con un pacco di cambiali e, come fa il paguro, si unì a lei in simbiosi... e lo si vide ovunque ci fosse da correre e gareggiare, per lo più sui vialoni di Arcola e Terrarossa, opportunamente piantonati da sentinelle anti gòfa.
Il fattaccio successe proprio a Terrarossa.
Il nostro, inseguito da una Parilla di pari cilindrata, tirò allo spasimo terza e quarta, giunse sottocurva velocissimo e, come mille altre volte; in un mirabile gioco di freno e di frizione scalò terza e seconda ma l’ultima, maledetta, per colpa di chissà quale ingranaggio, si rifiutò d’entrare.
La moto scivolò per la tangente in un mare di scintille.
Il pilota, sbalzato dalla sella, prima rotolando e poi strusciando a gambe avanti, terminò la sua corsa cavalcando un palo della Cieli, senza ingranare la marcia funebre, ma facendo degli attributi... marmellata.
Lo iscrissero nel libro degli invalidi civili, alla categoria ottava o nona, causa: “Ablazione dei corpi genitali e relativo scroto.”... o qualcosa di simile.
Il Patronato dei camàlli si attivò subito, presso la Prefettura o all’ASL d’allora, per fargli ottenere un posto di lavoro, come d’uso, dentro l’Arsenale.
Poiché giunse risposta negativa il Patronato, a termini di legge, ne richiese la motivazione, che pervenne puntuale: “Come da cosa nota... essendo gli Addetti Arsenalizi, come massimo impegno, usi a grattarsi le palle da mattino a sera...”.

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