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La metamorfosi del Carlevà

di Bert Bagarre

Sprugoleria
La metamorfosi del Carlevà

- Savo scorso a dizevimo de come Carlevà i cangia ner tempo. Se la terra non la smette mai di girare, è impossibile che ogni situazione non evolva. Le cose si modificano imponendo cambi anche repentini agli stili di vita, specie la realtà economica i cui mutamenti si riflettono sui comportamenti che non restano indifferenti alle modifiche avvenute.
Alla fine dell’Ottocento la terra della Sprugola conosce un rapido processo di industrializzazione che la sconvolge. La civiltà delle fabbriche soppianta la precedente che si fondava sul lavoro dei campi e modifica i ritmi della vita che non sono più gli stessi. Salgono sul proscenio modelli di riferimento che sono non tanto diversi, quanto del tutto nuovi ed originali.
Nessuna cosa resta uguale e il cambiamento generale non può non riguardare anche le cose apparentemente minori quale la forma del carnevale che adesso assume caratteri mai vista in precedenza e, soprattutto, fisiologicamente differenti.
Una lunga premessa, questa, per dire che il carnevale della fine dell’Ottocento non è più quello di prima.
Si è perso il significato rurale ed è facile comprenderne il motivo: al suono dei campanacci delle mucche al pascolo si è sostituito quello delle sirene della fabbriche. La gente della Sprugola, non più dedita al lavoro dei campi, ora vuole solo divertirsi, cioè allontanare da sé lo stress del lavoro al bancone utilizzando per svagarsi il tempo libero di cui ora dispone.
Sorgono i teatri, arriva il cinema, si fa carnevale in altro modo.
Non interessa bruciare il pupazzo di Re Carlevà. È un rito che si è ormai allontanato dal sentimento popolare perché la cerimonia non ritrova radici ormai troppo distanti nel tempo e nella cultura. Il suo significato è andato irrimediabilmente perso perché privo di ogni collegamento con la realtà, e la mentalità, corrente.
Questo spiega perché progressivamente affievolisce fino a svanire l’immagine di Re Carlevà, un appannamento che porta nel dimenticatoio le maschere di Batistòn e della sua sposa Maìa.
Ora nel periodo prequaresimale per la gente della Sprugola conta solo il canto sguaiato e becero che intonano ugole avvinazzate che, oltretutto, si esprimono in un dialetto che gli stessi contemporanei ritengono essere spesso quanto mai approssimativo, segno pure questo e di quanto siano cambiate le cose e della contaminazione che i tanti nuovi arrivi, ognuno con la sua parlata, hanno causato all’antica comunicazione verbale.
Carnevale, insomma, non è più l’occasione per ripensare come una volta al proprio rapporto con la natura, ma è solo opportunità per balli, veglioni e cotillon.

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