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Ultimo aggiornamento: Lunedì 22 Ottobre - ore 19.29

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La macaja ligure che incantò Paolo Conte

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La macaja ligure che incantò Paolo Conte

- Sopra Sprugolandia e su tutta la costa che da qui se ne parte allungandosi verso il tramonto, spesso il meteo ci informa che è terra di "macaja" (o maccaia), parola strana e di non facile accesso già fino dalla sua origine.
Il suo significato, però, è presto detto: indica il fenomeno per cui l’umidità che viene dal mare, spinta dal vento caldo, s’accumula contro i fianchi delle alture dell’entroterra non riuscendo a superarle. Così, la nuvolosità resta intrappolata fra acqua salsa e terraferma, formando una coltre di nubi basse o di media altezza che non portano pioggia, ma solo schermano i raggi di Don Helios.

Può anche essere che questo tappeto grigiastro al vederlo affascini per lo scenario di surreale sofficità a cui dà vita, anche se la cosa non di rado capita che indispettisca non poco chi, amante del colore, si sdraia per farsi la tintarella.
Poi, si sa che noi tutti siamo un po’ meteoropatici, dipendenti dalle condizioni atmosferiche, e le giornate di maccaia spesso risultano davvero uggiose. Certo, così possono offrire spunti per canzoni che alimentano la canorità dell’immaginario collettivo, ma possono anche indurre alla malinconia se non addirittura alla cupezza. Ed è in questo senso che macaia (scritta così con una -c- sola) compare in verso famoso del poeta Paolo Conte, quello di “Azzurro”.

Lui è astigiano, ma in “Genova per noi” finisce i suoi versi inneggiando proprio alla “macaia, scimmia di luce e di follia” per dire che il tedio un po’ blasé è tratto distintivo di quanti da ‘ste parti abitano sul mare, ed è pure uno stato d’animo capace di contagiare anche chi viene da fuori per farsi affascinare dalla salsedine.
In conclusione, maccaia stimola così tanti pensieri che persino sulla sua origine si scontrano opinioni diverse. C’è, infatti, chi la deriva dall’inglese muggy, afoso, ma è più probabile che arrivi dal greco per il tramite del latino malacia, che nella lingua dei Padri è la bonaccia dove il cielo è immobile e non senti un alito di vento.

Non chiedetemi, però, chi ha ragione perché non saprei proprio da che parte stare. L’unica cosa che mi sento di dire è che me però a son convinto che maccaia a-la vegna da una giastemia. A forze di vedere tutta quella nuvolaglia umida e sciroccosa, alla fin fine quarcun, a vede tüto quer garbin, tutta quella foschia, i avrà dito: “’Sta nuvoa der belìn, finarmente e una bona vota, ma che caia!”

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