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La gabbia di Gino

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
La gabbia di Gino

- Era fornito di due invidiabili proprietà: l’essere uno spirito libero e contemporaneamente un creativo. Per chi le possiede le due qualità sono modi d’essere non differenti bensì complementari. Come puoi dare vita a momenti originali se sei impastoiato dentro recinti che limitano e condizionano l’espressione? Fu tante cose. Giornalista, forse soprattutto; scrittore; osservatore del costume che raccontava nel suo evolversi ricorrendo al calembour, il gioco di parole che suscita il sorriso compiaciuto di chi l’ascolta. Ma quanto c’è di vissuto nella battuta (sarcastica irridente beffarda) che ammalia? “Mio figlio è il primo della classe, entrando” non tradisce forse un difficile approccio alle tabelline? E l’altra,
la più famosa, “Ed è subito pera”, può essere spia di un desco parsimonioso, forse troppo spesso frugale per l’appetito di chi sta crescendo. Non lo sapremo mai, resta solo il sospetto e la domanda se la cultura può prescindere dall’esperienza di chi la produce.

Ma lui, mi contraddico, una gabbia la ebbe. Era l’amore per questi posti che lo portò al più volte ripetuto paradosso che la cosa più bella di Milano dove lavorava, era la stazione da cui partiva il treno pe-a Speza, la sua città. Un amore profondo e viscerale che gli faceva amare della Spezia ogni suo aspetto a cominciare da quello gastronomico. Per lui noi de-a Speza siamo “fratelli di teglia”, scrisse un giorno pensando alla fainà di cui era, come immagino tutti noi, ghiotto. Quando sentii la prima volta quelle parole, fantasticai tutti i farinatari (me in testa) marciare sotto l’insegna
di un tricolore che nello spazio bianco portava una bella fetta fumante de fainà dal bordo bruciacchiato come Dio comanda e il resto del trancio pronto a squagliarsi in bocca insaporito dai mille colori del pepe subito macinati sopra.

Era nato martedì 9 novembre 1920, data quasi sconosciuta ritrovata da Sandro Fascinelli. Domani, fosse ancora vivo, sarebbe “il centenario”, felice di condividere questo titolo con la boutique del gusto dove era solito assaporare il piatto prediletto. Nacque a Montemarzè frassion de Amegia, ma fin da giovane ottenne la cittadinanza onoraria di via Chiodo
che qualche anno fa l’ha omaggiato con un tondo che contiene in bassorilievo il suo volto, posto sopra il tavolino dove era solito farsi il gotìn della sera. Da lì ci guarda e, notando le attuali disavventure, rumina la battuta salace per ammonire che aspettando i vaccini è meglio limitare i bacini alla morosa o notare che lo Spezia attua il distanziamento sociale andando a giocare a Cesena la serie A.
Lui era Gino Patroni.

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