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La fraternità universale, dal frate scacciato da Sarzana a Papa Francesco

di Giorgio Pagano

Luci della città
La fraternità universale, dal frate scacciato da Sarzana a Papa Francesco

- L’irruzione della pandemia ha messo in luce tutte le nostre false sicurezze. Nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti” Papa Francesco ha evidenziato la “frammentazione” con cui l’umanità ha reagito, e ha auspicato che, “riconoscendo la dignità di ogni persona umana”, possa “rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità”.
E’ sorprendente la sintonia tra il messaggio di Bergoglio e quello che ci lasciò, cinquant’anni fa, padre Vincenzo Damarco, vincenziano di Casale Monferrato, che operò per un decennio a Sarzana negli anni Sessanta -fino al suo allontanamento nel 1971- lasciando un ricordo indelebile. La sua figura è stata al centro, il 31 ottobre, di un convegno di grande interesse, organizzato dall’Associazione Amici di padre Damarco e dal Circolo ACLI di Sarzana, che porta il suo nome. Sono emerse con nettezza sia l’umanità del frate che la forza della sua pedagogia e soprattutto della sua teoria.
Damarco fu innanzitutto “un santo della porta accanto”, come ha detto Egidio Banti nel convegno. Un uomo di carità, da “ospedale da campo”, come dice Francesco. Lo fu per fedeltà alla congregazione di cui era frate, presente nel levante ligure fin dal 1645. Carro, in Val di Vara, fu tra le prime tappe: donne semplici e povere, che facevano la carità con i denari raccolti vendendo patate. A Sarzana i vincenziani arrivarono nel 1735, e si fecero sempre benvolere dai sarzanesi. Fino a pochi decenni fa, quando lasciarono la città, e la loro sede passò a quello che oggi è diventato il consorzio Cometa, guidato da don Franco Martini. La presenza caritativa di Padre Damarco lasciò il segno. Nel primo Volume del libro mio e di Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” Paola Gari ha raccontato:
“Conobbi padre Damarco nel maggio 1960 in Ospedale, vicino al letto di mia madre gravemente ammalata, dove venne ogni giorno, fino al momento della sua morte; aveva una particolare sensibilità per la sofferenza degli ammalati, che ha sempre seguito con affettuosa dedizione”.
Tanti potrebbero raccontare storie analoghe: in Ospedale, nel carcere, nelle strade, “sempre dalla parte dei più poveri”, per dirla con le parole, sempre nel libro, di Pino Lena.
Ma Damarco fu anche insegnante, ed è indimenticato anche per la presenza educativa: l’altro tratto distintivo, per oltre due secoli, della presenza vincenziana a Sarzana. Padre Erminio Antonello ha ricordato Damarco, al convegno, per il suo modo di insegnare, coinvolgente ed accattivante. Questa, invece, la testimonianza, nel libro, di Umberto Marciasini, che fu alla testa del Sessantotto studentesco sarzanese e poi divenne dirigente regionale e nazionale della CGIL:
“Avevo avuto la fortuna di frequentare le Medie presso il Collegio della Missione di Sarzana, dove avevo incontrato religiosi di grande cultura, sensibilità e capacità educative, come padre Vincenzo Damarco, don Sandro Lagomarsini, don Adamo Monteverdi ed altri, impegnati in una rivisitazione critica del cattolicesimo sulla base dell’impulso proveniente dal Concilio Vaticano Secondo”.
Infine, ma non per ultimo, padre Damarco fu un teologo commentatore dei Vangeli, con testi di grande forza teorica. Ne ha parlato al convegno Gaetano Lettieri, docente di Storia del Cristianesimo alla Sapienza: Damarco mise l’accento sulla “essenzialità radicale” dei Vangeli: “nessuna melassa”, ma “un inno alla libertà, alla rottura con tutto ciò che esclude, alla servitù all’altro”: “le istituzioni devono aprirsi allo spirito, al mondo nuovo (la parola chiave di quegli anni) della solidarietà senza confini, inaudita”.
Qui è il rapporto forte con Papa Francesco, evidenziato da Lettieri e poi da don Sandro Lagomarsini: il Papa continua un cammino accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi. In “Fratelli tutti” ci sono parole, ha detto don Sandro, che “suonano con una insistenza mai vista”. Come queste: “Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale”.
La sintonia è, ripeto, sorprendente. Anche sulla concezione di Dio. Scrisse il frate vincenziano:
“Cristiano è chi si lascia trascinare fuori dall’Egitto, chi accetta di vivere una prassi religiosa provvisoria, chi si gioca tutte le sicurezze magiche o legali perché vuole, nella dinamica della sua vita e nella sempre nuova maturazione dei suoi problemi, incontrarsi con il Dio della storia, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il mio Dio, il tuo Dio, il Dio di uomini”.
Come per Francesco: Dio è unico, c’è un solo Dio, l’obiettivo è una sola religione. Se nell’enciclica “Laudato sì” la fonte di ispirazione di Francesco fu Bartolomeo, il Patriarca ortodosso, in “Fratelli tutti” lo è stato, come Francesco stesso ci rivela, l’Imam Ahmad Al-Tayyeb.
Padre Vincenzo Damarco fu, negli anni Sessanta, la “figura chiave” del rinnovamento del mondo cattolico sarzanese, “il vero interprete sarzanese del Concilio”, “la figura che ci diede di più in termini teorici”, “l’animatore e lo stimolo alla ricerca per molti giovani”, per citare le parole nel libro rispettivamente di Paola Gari, Egidio Banti, Corrado Bernardini e Alfredo Giusti. Ma padre Damarco pagò duramente la sua libertà e il suo amore per il Vangelo: fu allontanato dalla FUCI -l’associazione degli universitari cattolici- nel 1968, e cacciato da Sarzana nel 1971. La vicenda è tutta raccontata in un capitolo del libro, il cui paragrafo finale ha per titolo: “Una macchia per la Chiesa e per i credenti”. E’ una frase tratta dalla memorabile predica di don Sandro Lagomarsini ai funerali di padre Damarco, nel 1974. Don Sandro, al convegno, ha detto:
“Vivemmo con impazienza i ritardi nell’attuazione del Concilio Vaticano Secondo, e per questo demmo fastidio a molti. Oggi, con Francesco, per padre Damarco sarebbe un momento di festa. Ma, di fronte all’opposizione che incontra il ‘Vaticano Terzo’ di Francesco, padre Damarco direbbe che serve ancora l’impazienza”.
Poco dopo la morte del frate, sua sorella suora scrisse:
“Una volta Vincenzo mi disse: ‘I fedeli non vanno più a messa, i sacerdoti devono uscire e andare loro dal popolo’. Lui ha fatto così, e ha pagato”.
Anche Francesco parla di “Chiesa in uscita”. Uscire vuol dire, ha spiegato don Sandro, “spostare il fulcro su cui ruota la nostra attenzione verso i poveri, gli scartati, gli stranieri, i migranti”. “Un colpo di battipanni sulla tunica della Chiesa -ha concluso- ogni tanto servirebbe”.

Post scriptum:
Dedico l’articolo di oggi all’ingegner Franco Ferrari, imprenditore edile di grandi capacità, che ci ha lasciati nei giorni scorsi. Tra i tanti ricordi, i più belli sono quelli legati alla ristrutturazione del Teatro Civico, alla metà degli anni Novanta. Ero assessore ai Lavori Pubblici, ogni mattina lo incontravo nel cantiere, dove lui seguiva di persona, con cura straordinaria, ogni particolare dei lavori. Volevamo migliorare il progetto, ma ormai l’appalto aveva una cifra difficilmente superabile. Alla fine trovammo il modo, e qualche soldo ce lo mise pure lui, per amore della città. Altri tempi. Eccezionalmente, le foto di oggi non sono dedicate all’Alta Val di Vara, ma al Teatro Civico.
Ma ci sono altri “segreti”. L’impresa Ferrari era arrivata a Spezia a inizio Novecento. Primo Battistini, il Comandante partigiano “Tullio”, aveva raccontato che Nino Ferrari finanziava la Resistenza. Franco me lo confermò: “Facevamo i ponti per i tedeschi, ma sovvenzionavamo i partigiani perché li facessero saltare!”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Teatro Civico, una statua di Augusto Magli (2007) Enrico Amici


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