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Ultimo aggiornamento: Sabato 19 Agosto - ore 23.06

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La fine del mondo vissuta dagli spezzini

di Alberto Scaramuccia

La fine del mondo vissuta dagli spezzini

- Capita spesso che fra la gente sorgano sentimenti irrazionali che alimentati da voci incontrollate non ci mettono nulla a trasformarsi in vere e proprie psicosi collettive che predicono le più gravi disgrazie. Essendo la loro genesi ardua a decifrarsi, è un’impresa contrastarle dimostrandone l’infondatezza, tanto si smontano da sole: basta solo aspettare che passi il momento in cui dovrebbe arrivare l’apocalisse. È come le bolle di sapone: volano, girano e poi scoppiano.
Chi come me è diventato maggiorenne a ventun anni, ricorderà venerdì 17 dicembre 1976 quando tutta la Spezia fu percorsa da un brivido di angoscia. Secondo la lettura di non so quale centuria di Nostradamus, quel giorno, venerdì 17 di un anno bisestile, tutta la costa del nostro litorale sarebbe stata sommersa da un enorme maremoto. All’inizio flebile sussurro, il passa parola la ingigantì facendola diventare rombo di tuono tonante che un temporale da tregenda che si scatenò per tutto quel giorno, invogliò non pochi alla fuga rinchiudendo i pochi rimasti dentro le loro case. Poi il giorno fatidico passò e non rimase che il sorriso che s’allargava sulla propria creduloneria.
Più o meno identica cosa avvenne cento anni fa. La Spezia era stata vittima del disastro di Pagliari e subito dopo dall’incursione aerea, quando si sparse la voce che lunedì 17 ci sarebbe stata la fine del mondo. Ignoro se la diceria sorse come conseguenza dei due fatti luttuosi avvenuti in rapida successione nei giorni precedenti che colpirono la città: sta di fatto che la paura presto divenne terrore che contagiò di fatto tutti anche se il giorno di lunedì, ancorché contrassegnato dal numero 17, fosse decisamente inconsueto ed anomalo per ogni cataclisma che ambisca ad un minimo di considerazione.
Quel lunedì fu atteso con inquieta trepidazione e lo si passò nelle ambasce. Non successe nulla e tutti si dissero ‘te l’avevo detto che era una fola’, anche quelli che con una scusa s’erano riparati da qualche altra parte.
Ma la polemica è dietro l’angolo. Il Secolo XIX ci fa su un pezzo affermando che ‘la paura aveva fatto correre anche alcuni eroici’. Apriti cielo! Nella parola eroici Ettore Cozzani vede un’allusione denigratoria alla sua persona, ai suoi amici ed alla sua rivista che appunto si chiamava L’Eroica. Scrive così una sdegnata lettera, subito pubblicata dalla testata, in cui sostiene di avere lavorato alla Spezia per tutto quel lunedì 17 e di essere andato in campagna dove all’epoca viveva, solo alla sera.
Certo sarà vero, ma è altrettanto vero che spesso agli intellettuali difetta il sense of humour!

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