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La festa ancestrale dei giorni del Batistòn

di Bert Bagarre

Sprugoleria
La festa ancestrale dei giorni del Batistòn

- C’era una volta un tempo, ma tanto tempo fa, in cui di ‘sti tempi Sprugolandia era percorsa da fremiti, frenesia, agitazione ed ansia, una movida che vedevi specie nei cortili che erano percorsi da una scossa che rimescolava dentro e che desti la notte, incerti se tutto sarebbe andato bene o se qualche cosa sarebbe andata storta.
Erano i giorni di Batistòn, la notte in cui anche Sprugolandia conosceva la sua luna e i suoi falò.
Cosa mai succedeva in quei giorni che si sono persi?
Era la festa di San Giovanni Battista, mega figura dell’immaginario sprugolino, festeggiato la notte precedente il giorno dedicato al Santo, quindi proprio questa notte. Festa che superava tempo, luoghi e religioni, evento ancestrale per festeggiare il solstizio d’estate accendendo fuochi ché abbia maggior vigore il sole che arriva e ci si purifichi alla fiamma.
Ma per la festa sprugolina non servono spiegazioni antropologiche. I fanti bussavano alle porte con in mano una scatola da scarpe sul cui coperchio si apriva una fessura per far precipitare all’interno le monetine dell’offerta. Non servivano parole e la mano era pronta a cavar fuori dalla tasca del grembiale le monetine, magari solo cinque lirette, che scivolavano veloci nella scatola. Anche se voci maliziose asserivano che quei soldini si trasformavano in coni gelato, la sera della festa tutto funzionava alla perfezione da tanto che era collaudato.
Sul filo teso fra le finestre dirimpettaie dei cortili non vedevi panni stesi, ma bandierine di carta colorata, sostituite, se la “pila” non raccolta non bastava, da fogli di giornale ritagliati come Dio comanda in foggia di bandiere o stendardi o orifiamma.
Nel mezzo del cortile troneggiava, assiso sul suo scranno regale, Sua Maestà Re Batistòn.
Vestito di abiti corredati dai buchetti di tarme maligne, imbottito di paglia secca, il volto scavato nel vetro di un fiasco privo di impagliatura, berrettaccio al collo, dominava la scena attorniato dalla sua corte dei miracoli: giornali vecchi, sedie rotte, tranci di alberi, mobili dalle gambe malconce e tutto quanto poteva la fiamma che rappresentava il clou della festa e che tutti, adulti e fanti, pregiudicati e incensurati, mas-ci e done aspettavano schiamazzando allegri per la festa e per un goto di troppo.
Poi il capocortile avvicinava la fiamma ed il falò prendeva vita, dapprima esitante poi sfacciato ed arrogante. Incuranti del calore, tutti erano lì presso aspettando o s-ciopo, quando la testa di vetro scoppiava segnando la fine, almeno per noi bimbi.
Era festa di popolo; oltre al Palio, siamo capaci di farne ancora di simili?

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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