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La dignità e la libertà dei lavoratori e il grande sole rosso

di Giorgio Pagano

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La dignità e la libertà dei lavoratori e il grande sole rosso

- I giornali e la Tv, negli anni Cinquanta e Sessanta, non raccontavano come si lavorava nelle fabbriche, come la classe operaia fosse stata disarmata e privata di ogni diritto, quali fossero i drammi individuali e collettivi degli operai. “La fabbrica era una specie di caserma”, raccontano gli operai spezzini nelle testimonianze raccolte in “Un mondo nuovo, una speranza appena nata”: venivano perquisiti con la “fruga” all’uscita, spiati quando andavano al gabinetto, ricattati, licenziati se di idee politiche socialiste e comuniste… Lavoravano anche alla domenica, in ambienti insalubri, mentre i “tempisti” controllavano i movimenti e i tempi di lavoro. Contro la “razionalizzazione autoritaria” -non solo contro i bassi salari- scoppiò la rivolta. Dopo le lotte e le conquiste dell’Autunno caldo, racconta un operaio, “finalmente potevamo andare al gabinetto”. Una frase che ben simboleggia il periodo precedente, quando il proposito delle direzioni aziendali era umiliare i lavoratori, oltre che disciplinarli. Tutto cambiò nel maggio 1970, cinquant’anni fa, con l’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, ancora in vigore anche se mutilato. La dignità e la libertà dei lavoratori diventarono legge. Vediamo come.

L’IMPIANTO DELLO STATUTO
Il titolo Primo dello Statuto (gli articoli dall’1 al 13) disciplina diritti e divieti volti a garantire la dignità e la libertà del lavoratore; in particolare in materia di libertà di opinione del lavoratore (articolo 1), di regolamentazione del potere di controllo (articoli dal 2 al 6) e disciplinare (articolo 7), di mansioni e trasferimenti (articolo 13).
Il titolo Secondo (articoli dal 14 al 18), dedicato alla libertà sindacale, nell’affermare e disciplinare il principio cardine del diritto di costituire associazioni sindacali nei luoghi di lavoro e di aderirvi (articolo 14), sancisce la nullità degli atti discriminatori (articolo 15), pone il divieto di costituire o sostenere sindacati di comodo (articolo 17) e, allo scopo di rendere effettivi tali diritti, introduce la garanzia della stabilità del posto di lavoro, disponendo le tutele accordate al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo (articolo 18), modificato più volte e in pratica cancellato dal Jobs act di Renzi.
Nel titolo Terzo si tracciano le prerogative dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro: il fondamentale diritto alla costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali (articolo 19), nonché le ulteriori prescrizioni finalizzate a consentire l’esercizio dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, nelle sue varie forme di manifestazione (assemblea, affissione, permessi, locali e garanzie della funzione sindacale -articoli dal 20 al 27).
Nel titolo Quarto, oltre alle disposizioni in materia di permessi e aspettative per i dirigenti sindacali (articoli dal 30 al 32), ha un’importanza cruciale l’articolo 28, che predispone un particolare strumento giudiziario volto a reprimere condotte antisindacali, in quanto impeditive o limitative dell’esercizio dell’attività sindacale o del diritto di sciopero. Si tratta di una norma cardine nel disegno complessivo dello Statuto, in quanto legittima il sindacato ad agire direttamente nei confronti dell’imprenditore e a ottenere una pronuncia giudiziale di condanna, con ciò sancendo nella sostanza l’effettività dei diritti sindacali enunciati.
La Costituzione, ventidue anni dopo la sua promulgazione, entrava finalmente nelle fabbriche.

UNA BUSSOLA PER L’OGGI
A partire dagli anni Ottanta avanzò un’altra cultura, quella neoliberista della mercificazione del lavoro. Come ha scritto lo storico Guido Crainz:
“L’articolo 18 dello Statuto è potuto talora apparire negli anni più recenti non un fondamentale presidio di libertà ma quasi un intralcio. Non solo nell’ottica di una imprenditoria d’assalto, come è sempre stato, ma talora anche -sciaguratamente- nella proposta di un ‘riformismo moderno’”.
Ora che, con la pandemia, si è aperta una crisi che può comportare un ulteriore aumento delle diseguaglianze, deve farci da guida non certo il “riformismo moderno” ma, ancora una volta, come cinquant’anni fa, la bussola del rapporto tra dignità, libertà e lavoro. Quello che facciamo arricchisce di senso le nostre vite: il lavoro è dignità e libertà. Rispetto ad allora, i diritti riguardano non solo i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, ma tutti i lavoratori, anche chi ha un contratto a termine, anche gli autonomi, anche le partite IVA. Questo è ormai riconosciuto da tutti. Chi continuava a sostenere che gli autonomi sono semplicemente imprese, ha dovuto finalmente smetterla. Molti autonomi sono addirittura “finti”, perché in realtà sono dipendenti: da qui la grande difficoltà sindacale a rappresentarli.
Tutto ciò richiede un profondo ripensamento. E quindi una nuova classe dirigente politica, di cui oggi si vedono scarse tracce. Anche nel 1970, come accade oggi per i decreti di “cura” e “rilancio” dell’Italia in crisi, l’intervento delle classi proprietarie fu aggressivo nei confronti della politica. Il Presidente di Confindustria Angelo Costa scrisse una lettera al Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini per manifestare la sua contrarietà allo Statuto che avrebbe potuto “rendere particolarmente difficili i rapporti tra le organizzazioni e tra lavoratori ed azienda”.
Spiega lo storico Davide Conti: “la risposta del socialista Brodolini apre una voragine impietosa sulla classe politica odierna ma allo stesso tempo evidenzia che esiste sempre la possibilità di una scelta diversa”. Così, infatti, Brodolini rispose a Costa: “Ella mi invita a formulare una buona legge. Su ciò non posso non essere d’accordo, è proprio per tale ragione che ritengo oggi necessario un intervento legislativo diretto ad ampliare la sfera di libertà dei lavoratori e delle loro organizzazioni»”.
La prima cosa, intanto, è scegliere da che parte stare. E quindi ripartire dai valori universali che hanno animato e poi scandito la scrittura dello Statuto dei lavoratori. Su questa base potremo affrontare i cambiamenti travolgenti che stiamo vivendo.

IL GRANDE SOLE ROSSO
Dedico l’articolo di oggi al grande attore francese Michel Piccoli, scomparso nei giorni scorsi. Ha fatto bene “Città della Spezia” a ricordare il legame di uno dei capolavori di cui fu protagonista, “Dillinger è morto”, con Portovenere. In “Un mondo nuovo, una speranza appena nata” definisco “Dillinger è morto” il film “che più di ogni altro interpretò il Sessantotto”. Perché contestava alla radice la crisi della borghesia. Ma anche perché, nella totale perdita di senso, il film introduceva nelle ultime sequenze la possibilità della fantasia: la civiltà occidentale è finita, il futuro è nel regno di utopia. Queste ultime inquadrature, arrossate dal sole accecante, furono girate nella grotta Byron verso il mare aperto, simbolo del regno di utopia.
C’è sempre, dunque, la possibilità del diverso, della speranza, dell’utopia… Lo spiegò il compianto Enzo Ungari in un piccolo saggio su “Dillinger è morto” intitolato “Lo spazio della malinconia”, pubblicato su “Cinema & Film” nel 1969. E’ un testo bellissimo, riportato ampiamente nel libro. Questa la conclusione:
“Il grande sole rosso ha squarciato le tenebre. Esso è quello che dà più luce, indica splendidamente una futura armonia da costruire; un’armonia non astratta, che da qualche parte è già costruita, in qualche luogo. A Tahiti, o forse a Pechino. L’Oriente è già rosso. ‘Le vent se lève… Il faut tenter de vivre’ [‘Si alza il vento… Bisogna osare di vivere’, Paul Valéry, Le cimitière marine]”.

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La Spezia, Porto Lotti, mostra "Sculture" di Gustavo Aceves, 16 settembre-15 ottobre 2017 (foto Giorgio Pagano)


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