Liguria News TeleNord Genova Post Sanremo News Riviera Sport Savona News Savona Sport Città della Spezia
LA REDAZIONE
Telefono redazione La Spezia 0187 1852605
Fax redazione La Spezia 0187 1852515
PUBBLICITA'
Telefono pubblicita La Spezia 0187 1952682

Ultimo aggiornamento: Sabato 19 Agosto - ore 23.06

Facebook Città della Spezia Twitter Città della Spezia Google+ Città della Spezia
Instagram Città della Spezia

La dignità dell'uomo secondo Galeazzo Capra nella Venezia del Manuzio

Continua il tour virtuale fra gli scaffali della biblioteca "Mazzini" che apre i cassetti più ameni e presenta le proprie rarità.

La dignità dell´uomo secondo Galeazzo Capra nella Venezia del Manuzio

- Tra gli autori scelti per essere pubblicati all'insegna dell’ancora aldina, troviamo l’umanista Galeazzo Capra o meglio Capella, com'egli volle latinizzare il proprio nome, per omaggiare quella cultura classica di cui si sentiva, a ragione, un rappresentante di prim’ordine.
Dai torchi della celebre officina veneziana, seppure in un periodo di travaglio aziendale interno dovuto a divisioni ereditarie, uscì nel 1533 la sua “Anthropologia”, un agevole dialogo dedicato ad esplorare gli aspetti ritenuti essenziali della natura umana, nel solco della tradizione rinascimentale.
Nato a Milano nel 1487, Capella svolse ininterrottamente attività politica, dapprima come segretario di Girolamo Morone e successivamente del duca Francesco II Sforza che lo nominò ambasciatore nella Repubblica di Venezia attorno al 1530; incarico che gli fu confermato dal successore Carlo V nel 1535. Morì nella sua Milano, due anni più tardi, il 23 febbraio 1537.
Di formazione umanistica e amico del Giovio e dell'Alciato, Capra compose opere storiche e letterarie tra cui la più nota fu il “De rebus gestis pro restitutione Francisci II mediolanesium ducis”, stampata a Milano nel febbraio 1531 per Vincenzo Meda, che conobbe diverse ristampe e traduzioni, persino in tedesco (Wittemberg: Hans Lufft, 1538) e in spagnolo (Valencia, 1536) e fu utilizzata come fonte storica autorevole da diversi scrittori, tra cui il Guicciardini nella “Storia d'Italia” (cfr. R. Ferro, “Osservazioni sull’Anthropologia di Galeazzo Capella”, in “Prima di Carlo Borromeo, lettere e arti a Milano nel primo Cinquecento”, 2013, p. 92). Composta nel periodo in cui Capra era attivo come segretario e cancelliere di Francesco II, cui è dedicata, l'opera si propone di riassumere e chiarire i molti aspetti e fatti di cui l'Autore era stato testimone diretto, ristabilendone la verità. Una seconda edizione revisionata uscì nel 1535 a Venezia per i tipi di Nicolini da Sabbio a spese di Ottaviano Scoto, intitolata “Commentarii Galeacii Capellae de rebus gestis pro restitutione Francisci Sfortiae II [...] ab ipsomet authore exactiore cura nuper recogniti, & antea impressis emendationes”.
Di minore importanza è il trattato “Della eccellenza et dignità delle donne”, che uscì nel 1525 a Roma per il tipografo Francesco Minizio Calvo e successivamente a Venezia nel 1526 per Gregorio de Gregori. L'opera venne concepita con l'intento di difendere le donne dagli stereotipi e accuse che una tradizione letteraria antica rivolgeva loro, inaugurando così un genere nuovo.
Questo breve scritto verrà poi incluso come la seconda delle tre parti in cui si compone proprio l'Anthropologia, che vide la luce a Venezia nel gennaio 1533, per gli eredi di Aldo Manuzio e Andrea Torresano. Il successo del libro, stampato in ottavo e composto da 74 carte, non fu tuttavia grande e venne eclissato dall'aldina del Cortegiano, pubblicata poco dopo, nel maggio 1533 (cfr. A. Burgassi, “Serie dell'edizioni aldine per ordine cronologico ed alfabetico”, Firenze, 1803, p. 73).
In questi anni la celeberrima tipografia affrontava un periodo di relativa crisi, dovuta a dissidi tra gli eredi di Aldo, morto nel 1515: i Manuzio e i Torresano. La causa di divisione ereditaria durò diversi anni e si concluse economicamente in favore di questi ultimi, che ottennero il possesso e l'utilizzo del corsivo aldino, mentre i figli di Manuzio mantennero i diritti sulla marca tipografica, la celebre ancora con il delfino (cfr. Manuzio Paolo, in DBI, vol. 69, 2007, ad vocem).
Questo il significato della dicitura presente nel colophon dell'Anthropologia, pubblicata in questo periodo di transizione: “Nelle case delli heredi d'Aldo romano e d'Andrea d'Asola”. Andrea Torresano da Asola, che morì nel 1528, era il suocero del Manuzio. In seguito, attorno agli anni '40, le due ragioni si scissero, divenendo preponderante l'attività di Paolo Manuzio.
Nel frontespizio, oltre alla marca di Aldo, compare in bella vista il privilegio di stampa che ammonisce contro eventuali contraffazioni: “Hassi nel privilegio et nella gratia ottenuta dalla Illustrissima Signoria, che in questa, né in niun altra città del suo dominio si possa imprimere, né altrove impresso vendere questo libbro [sic.] dell'Anthropologia per anni XX, sotto le pene in esso contenute”.
È noto infatti come Venezia possa essere considerata la patria per eccellenza del diritto d'autore, o meglio della tutela della proprietà letteraria, con il privilegio concesso al tipografo Giovanni da Spira nel 1469, ed in seguito ad altri stampatori, con modalità e forme che si modificarono e perfezionarono nel corso del tempo. Allora il privilegio era concesso “ad personam” o per singole edizioni e serviva a tutelare il tipografo dai numerosi falsi, oltre a garantire un'ottima qualità della stampa e dei supporti, che era richiesta dal Senato o Consiglio, che legiferava in merito. La durata del privilegio, inizialmente di cinque anni, venne poi estesa a venti oppure ridotta a seconda dei casi. La tutela non era propriamente pensata per garantire la proprietà intellettuale, ma era in primo luogo una salvaguardia commerciale, storicamente legata al prezzo dei libri e all'andamento delle loro importazioni ed esportazioni. Essendo emanato da un'autorità locale, il privilegio era valido solamente all'interno della Repubblica, ma tutelava lo stampatore dalla vendita di copie non autorizzate e stampate all'estero. Contro questi illeciti, sul finire del '400 furono introdotte pene piuttosto severe, pecuniarie e politiche, come l'indignazione della Signoria Serenissima. (cfr. G. Castellani, “I privilegi di stampa e la proprietà letteraria in Venezia”, G. Castellani, Venezia, 1888).
L'Anthropologia di Galeazzo Capella, “secretario dell'illustrissimo signor duca di Milano”, voluta come "ragionamento della natura humana" è un dialogo in tre libri, su ispirazione degli “Asolani” del Bembo, ambientato in casa di una gentildonna di Milano, Iphigenia, tra il poeta Musicola, il medico Girolamo Segazzone e messer Lancino Curtio, poeta versato in ogni buona arte. Il ricorrere del numero tre sembra richiamare un percorso di tesi, antitesi e sintesi, che in effetti ritroviamo nei contenuti.
Se il primo libro esalta infatti le qualità dell'uomo come fonte di supremazia nei confronti della donna, il secondo ribalta la situazione, stabilendo la superiorità del sesso femminile sul maschile. Il terzo libro infine confuta e supera le due visioni particolari, per svalutare in toto la vita terrena, con le sue infelicità, tormenti e vanità.
Se l'uomo è, per Capra, superiore alla donna nelle attività pratiche e nelle discipline in cui è avvantaggiato per doti naturali e intellettuali (agricoltura, caccia, giochi, motti di spirito, propensione all'amicizia, coraggio in battaglia, capacità di comando ne' divini e civili uffici, possesso delle arti liberali, etc.), quest'ultima lo supera in bellezza corporale e quindi in sapienza, essendo questi due aspetti strettamente dipendenti, nell'ottica della neo-calocagatia rinascimentale. Ma soprattutto è nell'innocenza e nobiltà d'animo, intimamente collegate ad un maggiore possesso delle virtù teologali e cardinali, che la donna sorpassa l'uomo e che esprime nella cura della famiglia, del marito, dei figli e nel governo della casa. Con abbondanza di esempi storici, segno della sua vasta cultura, Capra espone nei primi due libri, elementi a favore dell'una e dell'altra tesi e come è consuetudine nel genere letterario del dialogo, la sua opinione si cela dietro quella dei diversi interlocutori e non è sempre chiaro identificarla.
Nel terzo libro infine, a mo' di sintesi, vengono ripercorse punto per punto tutte le argomentazioni precedenti e confutate, quale pars destruens dell'intero dialogo, a cui fa da contraltare, come pars costruens, una chiara, seppure indiretta, proposizione dell'ideale umano, pienamente rinascimentale, del Capella.
L'homo novus, la cui essenza è riposta nel logos che lo distingue dalle bestie (cfr. L'anthropologia di Galeazzo Capella secretario dell'illustrissimo signor duca di Milano, Venezia, eredi di Aldo Manuzio e Andrea Torresano, 1533, c. 50 r) impronta la sua esistenza sulle virtù civili che “ab antiquo” si sono trasmesse da una generazione all'altra e che sono quelle dell'antica Repubblica romana, elogiate nel terzo libro (cfr. L'anthropologia, cit, c. 56). Questo eterno “zoon logon echon” è nel contempo espressione di un ampio sincretismo, che unisce in un punto Cristianesimo e Platonismo. Se la laicità di Capra sembra pervadere gli interi tre libri, dove si elogia spesso la Natura, quale modello e legge del mondo, mentre scarseggiano i richiami alla divinità, nella chiosa il tutto si riassume nella coincidenza delle due prospettive, condite da un triste memento mori. La natura, che può anche rivelarsi matrigna (cfr. L'anthropologia, cit, c. 51), ha messo nell'uomo un istinto innato per la pace, ciò che coincide con l'essere creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. L'anthropologia, cit, c. 62).
È un elogio della moderazione, dove l'uomo si oppone alle passioni, compreso l'amore, viste come fonte di sofferenza e turbamento (cfr. L'anthropologia, cit, c. 56 [i.e. 57]) e le supera rafforzato e temprato: virescit vulnere virtus.
Le fonti utilizzate dall'Autore sono molteplici e non è il caso di enumerarle in questa sede, tuttavia non si possono negare gli evidenti riferimenti alla Bibbia. Se, nell'esposizione delle miserie umane si nota chiaramente un legame con il libro di Giobbe, nella conclusione Capra non risparmia di richiamare, senza tuttavia citarlo, il Qohelet, con la “vanitas vanitarum” che governa ogni cosa (cfr. L'anthropologia, cit, c. 54 v, oppure c. 70 r) e da cui deriva il disprezzo della scienza, dei piaceri e del lavoro che affatica inutilmente l'uomo. La parabola si chiude con il trionfo della morte, di fronte a cui le attività umane perdono senso, tranne la ricerca della vera gloria, che è quella infinita e autentica che si contrappone alla mondana e caduca. Questo, fa notare Capra, accomuna ancora una volta Cristianesimo e Platonismo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Notizie La Spezia








































Testata giornalistica iscritta al Registro Stampe del Tribunale della Spezia. RAA 59/04, Conc 5376, Reg. Sp 8/04.
Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
Direttore editoriale: Armando Napoletano.
Redazione: Thomas De Luca, Chiara Alfonzetti, Andrea Bonatti, Niccolò Re, Matteo Cantile, Benedetto Marchese, Andrea Fazi.
Editorialisti: Salvatore Di Cicco, Paolo Carafa, Giorgio Pagano, Alberto Scaramuccia e Piero Donati.
Fotografo: Stefano Stradini.

Contatta la redazione

Privacy e Cookie Policy

Per la tua pubblicità su Cittadellaspezia sfoglia la brochure