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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Agosto - ore 22.30

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La Madonna dell'Ospedale di Sarzana

di Piero Donati

La Madonna dell´Ospedale di Sarzana

- Alla realizzazione del grandioso dossale marmoreo che il cardinale Filippo Calandrini, fratellastro del papa Niccolò V, commissionò ai pietrasantini Leonardo e Francesco Riccomanni (zio e nipote) per l'altare maggiore del Duomo di Sarzana contribuirono collaboratori di diversa estrazione culturale. Fra questi spicca un anonimo il quale si esprime, quando non debba piegarsi a tradurre nel marmo i modelli elaborati da altri, con un linguaggio rude e franco, ben riconoscibile, tanto da potergli attribuire con certezza almeno altre due opere. La più nota, in quanto datata, è il trittico marmoreo del 1475 collocato nel coro della chiesa di San Remigio a Castiglione Vara, feudo malaspiniano, ma non meno significativa è la Madonna col Bambino, di dimensioni inferiori al vero, che da qualche anno è ricoverata nel Museo Diocesano di Sarzana, ove occupa, quasi scusandosi per l'intrusione, un angolino della saletta destinata allo splendido parato in velluto operato destinato dal già ricordato Calandrini alla cappella di famiglia edificata in Santa Maria Assunta, a partire dall'anno giubilare 1450, in onore di San Tommaso, intitolazione funzionale a rendere omaggio, contemporaneamente, all'illustre congiunto – defunto nel 1455 – ed a Tommaso Campofregoso, signore di Sarzana.
L'ottimo stato di conservazione della statua suggerisce una sua costante collocazione al chiuso: essa proviene infatti dall'atrio dell'ottocentesco Ospedale di San Bartolomeo, oggi ribattezzato Casa della Salute e ben recuperato all'originaria configurazione architettonica, ma questa non era, come è facilmente intuibile, la sua collocazione originaria. Sulla facciata dell'ospedale trovarono posto i busti – di epoche diverse – già collocati nella precedente sede, prospettante sull'attuale Piazza Garibaldi; ancora da questa sede, con tutta probabilità, pervennero alla nuova gli eterogenei manufatti marmorei (stemmi, iscrizioni, frammenti di età romana) che ancor oggi si vedono nell'atrio e che verosimilmente provengono dall'antico ospitale di San Lazzaro, erede di un ancor più antico lebbrosario. Allorchè l'ospedale di Sarzana fu chiuso e ne sembrava certa l'alienazione, per mia iniziativa alcuni di questi manufatti vennero dislocati altrove: si tratta del gradus di età romana, studiato da Gervasini e Mennella, attestante la presenza del culto isiaco a Luni, e della statua di cui ci stiamo occupando, facilmente asportabile perché ancorata alla parete soltanto da un gancio ossidato.
Il felice recupero alla fruizione pubblica del nucleo antico dell'ospedale di Sarzana ha fatto venir meno le ragioni di cautela che indussero al ricovero della scultura nel Museo Diocesano e quindi è necessario studiare tempi e modi del ritorno della Madonna nella collocazione ottocentesca affinché essa possa continuare a svolgere la sua funzione protettiva nei confronti di tutti coloro, credenti e non, che entrano nell'edificio: sub tuum presidium recita infatti l'invocazione – non coeva, ma questo è d'importanza relativa – incisa sul basamento dell'immagine.

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