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La "Madonna del Lagora" e il colera

di Alberto Scaramuccia

La "Madonna del Lagora" e il colera

- Al tempo della città murata, quando si usciva dalla porta dell’ospedale (oggi incrocio vie Biassa-Gramsci) si incocciavano due chiesette: fatti pochi passi Nostra Signora delli Angioli e poi dopo più o meno 190 metri la Madonna della Lagora, una poco più che cappella che traeva il nome dall’essere stata eretta prima perpendicolarmente al nostro fiumetto e poi parallela quando l’intitolazione alla Vergine mutò in della neve. Travolta intorno al 1864 dagli scavi dell’Arsenale, di quella chiesetta il cui nome fu poi ripreso dal complesso religioso di via Garibaldi, conserviamo la presenza segnata sulle mappe e un paio di documenti iconici: un antico dagherrotipo e il dipinto famoso di Agostino Fossati che sta in Comune nei pressi di Sala Giunta.
Il quadro, scrisse Formentini nel 1950, faceva parte di una serie di opere con cui il grande vedutista spezzino volle tramandare la memoria della città com’era prima della rivoluzione arsenalizia ché il ricordo non andasse perso. Si tratterebbe, dunque, non di un lavoro realizzato en plein air, bensì ouvre de mémoire.
Di questo quadro ho sempre pensato che a dispetto del titolo l’Agostino abbia invece voluto spiegare le cause dell’epidemia di colera del 1884 che funestò la città in quell’anno maledetto. Il contagio si diffuse, dicono i contemporanei, per un violento temporale che a fine agosto rimescolò dal profondo tutte le acque del territorio. Canali, torrenti, fiumicelli, rigagnoli: il grande bacino che collegava le risorse idriche di cui è ricca la nostra terra e costituiva un immenso vaso comunicante sul cui fondo giacevano inerti i germi dell’infezione. Proprio quel nubifragio rimise in circolo tutto e fu tragedia.
A metterceli, erano state le lavandaie, molte delle quali erano prostitute, che nei canali pulivano i panni dei portatori dell’infezione.
Nel quadro la chiesa è ritratta non dall’ingresso come ci aspetterebbe, ma per la sua parte absidale. In primo piano (a mia avviso la vera protagonista del dipinto) sta una donna che struscia i panni su un sasso ed in secondo piano altre sue colleghe sono intente ad identica operazione.
Inoltre, la lavandaia tiene appoggiato sul sasso un drappo rosso ed era con vesti di quel colore vistoso che le lucciole del tempo erano solite presentarsi alla potenziale clientela.
Non esiste documentazione che conforti questa mia interpretazione del dipinto che è perciò soltanto indiziaria, senza lo straccio di una prova a supportarla. Tuttavia, mi ha sempre intrigato.
Certo, il titolo indica un’altra direzione di lettura, ma “I tre moschettieri” non è forse il romanzo del quarto?

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