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Ultimo aggiornamento: Lunedì 22 Ottobre - ore 19.29

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La Madonìn de Marcantùn

di Bert Bagarre

Sprugoleria
La Madonìn de Marcantùn

- Contrariamente a quanto sostiene la vulgata, sono da sempre convinto che il mestiere più antico dell’uomo sia la costruzione di armi sempre più potenti per danneggiare l’altro e comunque limitarne la libertà. Quell’altro, quello cui va ogni pensiero quando si parla dell’attività economica più arcaica, si colloca semmai al secondo posto.
La guerra è una cosa drammaticamente tragica, causa di lutti, rovine, distruzione. Sangue e povertà sono i colori che la compendiano.
Tuttavia, nella storia del mondo ci sono stati dei conflitti a cui era oggettivamente difficile sottrarsi. Penso alla guerra di Spagna che fu l’anteprima di quella di Liberazione o a quella del Vietnam.
Quest’ultimo fu scontro duro e pericoloso per l’umanità tutta. Visto con gli occhi di oggi, il giudizio può forse modificarsi rispetto a quello di ieri, ma è indubbio che le popolazioni di quella sfortunata penisola subirono una guerra che durò decenni: contro i Giapponesi prima, poi i Francesi, infine gli Americani.
Negli anni '60 molta parte del mondo civile si alzò per protestare a favore dei vietnamiti e far sentire loro almeno il breve soffio della solidarietà. Ignoro quanto ciò giovasse a chi stava a rischio napalm, ma era difficile fare di più che il sollevare la pubblica opinione con manifestazioni contro la brutalità dell’intervento americano.

Al tempo, anche una bella parte di Sprugolandia si mobilitò spinta da passioni politiche, ideali, civili.
Ricordo una dimostrazione a cui timido e non del tutto consapevole, presi parte.
La folla era tanta e le bandiere rosse si sprecavano emergendo fra gli stendardi multicolori. Ci portarono nella passeggiata Morin per fermarci dove il viale s’inoltra verso il faro.
Nella confusione delle immagini ricordo che alternativamente ci accasciavamo al suolo per poi rialzarci urlando slogan in cui primeggiavano i nomi del leader vietnamita Ho Chi Min e di quello cinese Mao Tze Tung (allora si scriveva così).
Ricordo però bene una conversazione alle mie spalle fra due estranei all’evento.
“Ma chi eno ‘sti fanti chi?”
“Ma, a ne so. Te cos te dizi?”
“A me, me pae chi sigio de-a giesa de Migiaina. I avià organizà tüto er parco.”
“E perché? Come te fé a dilo?”
“Ma ne te senti quer ch’i dizo?”
“Me no. Cos te vé, oamai a ne ghe sento ciù.”
“Ma come te fé a ne sentie? I l’è un co-o. Senta. I dizo Madonìn de Marcantùn”.
“Ma, me ‘sta Madona a ne l’ho mai sentì.”
“L’avrà fata er Concilio nevo.”
Tutto vero, giuro. Gli amici che mi ci avevano portato, chi parlò, come finì quel pomeriggio si possono anche dimenticare, ma un dialogo così non può non restare indelebile nella memoria.

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