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L'entrata in guerra in una "Spezia fascista e guerriera"

di Alberto Scaramuccia

L'entrata in guerra in una "Spezia fascista e guerriera"

- Ottant’anni fa oggi l’Italia entrò in guerra, un avvenimento annunciato e atteso. L’annuncio lo fece Mussolini a tutta l’Italia con un radio messaggio che gli altoparlanti diffusero da Palazzo Venezia alla Nazione. Avvenne alle sei del pomeriggio di quel 10 giugno, un lunedì che prometteva gloria e successi ma che portò distruzione e lutti.
Quel giorno fu un trionfo della coreografia, avanzatissima per i tempi, che coinvolse la Penisola. Le organizzazioni del regime e le collaterali portarono in piazza le folle per applaudire frenetiche le parole del Duce. Certo, ci furono anche forme di dissenso ma, confinate nella clandestinità, di esse non si accorse quasi nessuno.
Penso, comunque, che il 10 giugno non vada giudicato con gli occhi dell’8 settembre. Al tempo non esistevano i sondaggi che quotidianamente oggi misurano la popolarità dei leader politici ma è fuor di dubbio che allora la stragrande maggioranza degli Italiani apprezzava la figura di Mussolini che aveva portato l’Impero, il Regno di Albania e s’imponeva come mediatore nei contrasti europei.
Ma queste sono considerazioni che spettano agli storici. Qua occorre dire di quel che successe alla Spezia.
La grande adunata fu in una piazza Verdi popolata di gagliardetti, camicie nere e fasce littorie, migliaia di orecchie incollate agli altoparlanti prontamente affissi sulla facciata del Palazzo del Governo per trasmettere alla massa plaudente il messaggio di Mussolini.
La cronaca racconta che “la Spezia fascista e guerriera” accoglie la notizia dell’entrata in guerra con una “manifestazione imponente di entusiasmo essendo certa dell’ineluttabilità” della partecipazione al conflitto. La folla “nereggiava” ed era composta oltre che da fascisti, anche “da operai, da giovanissimi e da numerose donne”: tante colonne che, dopo aver percorso tutta la città partendo dai vari punti di ritrovo, si erano ritrovate all’imbocco della piazza che in un attimo si era riempita.
La giustificazione che il giornale adduce per spiegare l’entrata in guerra, è che questa è stata obbligata dal tentativo attuato dagli “imperi plutocratici di strangolarci” per cui la dichiarazione è legittimata dal “diritto alla vita e per liberarci dalla servitù economica”.
Anche il Vescovo Costantini invita i fedeli della sua Diocesi a “cooperare alla conquista della vittoria” accettando anche i sacrifici della guerra che viene combattuta per “la libertà del suo mare”: diritto, secondo il Presule, che è ben compreso da una città che di mare vive: altra dimostrazione di quanto fossero vitali per l’economia spezzina l’Arsenale e i cantieri.

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