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Ultimo aggiornamento: Venerdì 19 Ottobre - ore 18.29

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L’economo di spettacolo

Teatro e vita sociale secondo Andrea Cerri. Di Francesca Cattoi

L’economo di spettacolo

- Annovero Andrea Cerri (La Spezia, 1985) nella categoria di quelle persone con cui, seppur conosciute recentemente, circa 5 anni fa, condivido un’idea di cultura e di professione nel settore artistico. Tra coloro che sono comparsi, e che compariranno in questa rubrica, Andrea rappresenta una figura particolare, perché da tempo ricopre un ruolo nel settore culturale cittadino (ma anche oltre, come leggerete nell’intervista). Facendo parte della Compagnia teatrale Scarti, ha inciso, e incide, sulla vita artistica e sociale di molte persone, di tutti coloro che, sia spettatori sia attori professionisti e non, partecipano alle innumerevoli iniziative organizzate nella nostra città.

Ciao Andrea, partiamo dall’inizio: che studi hai fatto? Quando e come ti sei avvicinato al teatro e all'organizzazione di spettacoli?
"La mia formazione accademica c’entra poco con il settore artistico, ma mi ha permesso di avere a disposizione diversi strumenti e competenze (giuridici, economici, organizzativi, relazionali, etc.) che ho trovato poi molto utili nel lavoro “culturale”. Ho conseguito la Laurea magistrale in Relazioni Internazionali all’Università di Pisa, con un anno svolto a Parigi all’Institut National des Langues et Civilisations Orientales; poi un Master di II livello in Management dell’Innovazione e Ingegneria dei Servizi alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e infine, nel 2016 ho conseguito un dottorato di ricerca in Storia Economica all’Università di Pisa.
Mi sono avvicinato al teatro assieme al gruppo di amici con cui abbiamo fondato gli Scarti. La passione per la musica e il teatro, e la convinzione che la cultura e l’arte siano potenti leve per il cambiamento di una società o di una comunità, generatrici di pensiero, di relazioni e di umanità, hanno fatto il resto. Parallelamente al mio percorso di studi, ho iniziato a seguire corsi e master di progettazione e organizzazione culturale, workshop teatrali come uditore a frequentare teatri e festival, a imparare e studiare sul campo".

Come e quando si sono formati gli Scarti?
"Gli Scarti li abbiamo fondati nel 2006, eravamo un gruppo di giovani studenti con la passione per la musica, il teatro, l’arte contemporanea, il cinema. Organizzavamo piccoli concerti, spettacoli, mostre, a livello amatoriale, e abbiamo deciso in quell’anno di darci una struttura associativa per poter svolgere queste attività nel territorio della Spezia, Sarzana e Carrara.
Il primo vero spettacolo che abbiamo realizzato è stato Maus. Abbiamo vinto premi e ottenuto buoni riscontri da parte del pubblico e di alcuni festival di teatro amatoriale, che ci hanno permesso di fare una prima piccola tourneé fuori dal territorio spezzino. E così, abbiamo, forse inconsapevolmente, capito che questa sarebbe stata la nostra strada.
Siamo partiti da un’idea molto chiara, che tutt’oggi guida il nostro percorso: il lavoro nell’ambito culturale è un lavoro, e ha bisogno di una tensione continua verso la qualità, non solo del “prodotto artistico”, ma anche di tutto quello che ruota attorno: gestione, organizzazione, tecnica e professionalità".

Come racconteresti questi anni di lavoro degli Scarti, che vi hanno portato a stretto contatto con le scuole e con l'amministrazione pubblica della Spezia?
"Il lavoro in questo settore è totalizzante. Il teatro è una scelta di vita, in continua oscillazione tra grandi entusiasmi, grandi soddisfazioni, successi e fallimenti, sacrifici, fatica e momenti di scoramento.
E’ sicuramente una grande soddisfazione aver creato 10 anni fa dal nulla una realtà che oggi dà vita a progetti importanti, che conta 11 dipendenti a tempo indeterminato, altrettanti a tempo determinato e una quarantina di collaboratori, con progetti, premi e riconoscimenti nazionali, che attrae risorse da Fondazioni private ed enti pubblici di tutta Italia. Una soddisfazione ulteriore è quella di averla creata nel territorio spezzino, sul quale abbiamo scommesso, lavorando con gli adolescenti, i bambini, gli anziani, le persone con disabilità, cercando di creare una comunità che si riconoscesse nei valori della cultura e dell’arte. È molto gratificante vedere così tante persone della Spezia coinvolte e partecipi, percepire il loro affetto e l’attaccamento che queste esprimono ai progetti che abbiamo realizzato e che stiamo portando avanti.
Con le amministrazioni pubbliche e le scuole c’è sempre stato un rapporto dialettico e franco, con alti e bassi. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di far capire quanto sia importante per la vita di una comunità, e nella vita delle persone, soprattutto le piu giovani, creare momenti di aggregazione, di socialità, di crescita umana e civile attraverso l’arte e la cultura. Siamo riusciti a dimostrare loro che gli investimenti in progetti di qualità e gestiti professionalmente, hanno una ricaduta sul benessere e la felicità delle persone. Senza contare le ricadute economiche in termini occupazionali e di riqualificazione di zone della città, come è avvenuto nel quartiere di Fossitermi, dove si trova il Centro culturale Dialma Ruggiero".

Potresti descrivere i progetti più significativi svolti e quali ritieni sia il tuo ruolo all’interno degli Scarti: ho sempre ammirato la tenacia con cui credo tu tenga insieme questo bel gruppo di menti creative!
"Il mio ruolo è sempre stato quello della progettazione, dagli aspetti artistici a quelli economico gestionali. In alcuni progetti curo la direzione artistica, in quasi tutti curo il coordinamento. I progetti che portiamo avanti sono molti e tutti interconnessi. Non riuscirei a fare una classifica della “significatività”, perché tutti hanno per noi grande importanza. Forse il più conosciuto è Fuori Luogo, la stagione di teatro contemporaneo che realizziamo con Comune della Spezia, Casarsa Teatro e Balletto Civile, la cui direzione artistica è condivisa con a Renato Bandoli e Michela Lucenti, che oltre alla stagione prevede una serie di attività di avvicinamento del pubblico e di formazione. Un progetto Fuori Luogo La Spezia che lo scorso anno è stato candidato al Premio Ubu (il più prestigioso premio teatrale italiano) come progetto speciale italiano del 2017.
Un altro progetto a cui teniamo particolarmente è Play!, promosso da Fondazione Carispezia, del quale noi curiamo l’ideazione e il coordinamento generale, che coinvolge centinaia di studenti spezzini, e il progetto di integrazione tra ragazzi con diverse abilità che coinvolge oltre 40 persone e relative famiglie.
Produciamo spettacoli (attualmente una ventina) che girano l’Italia nei più importanti teatri e festival nazionali, grazie ai quali siamo stati riconosciuti dal Ministero dei Beni Culturali come impresa di produzione già da 3 anni.
Un progetto particolare che mi piace citare è La Scena Scomparsa, anche in questo caso sostenuto da Fondazione Carispezia, che si propone, attraverso una mappatura e una ricerca storica di creare un percorso urbano che permetta di riscoprire, attraverso la performance, i teatri e le sale da spettacolo scomparsi della città, divenuti oggi supermercati o parcheggi: non ci crederai, ma alla Spezia sono addirittura 36. Sarebbe un bel segno di speranza se almeno uno di questi luoghi riconvertiti, tornasse ad essere un teatro attivo: avrebbe un grande valore simbolico per la città".

Cosa vedi nel futuro tuo e della vostra giovane compagnia?
"Abbiamo progetti grandi, ma anche i piedi ben piantati a terra. Purtroppo è sempre più difficile lavorare in questo settore e in questo Paese. Sia gli enti privati che, soprattutto, gli enti pubblici investono poco in cultura, e non c’è un riconoscimento sociale del lavoro culturale e del valore che l’arte e la cultura rappresentano per una società. Quando mi chiedono qual è il mio lavoro, spesso ho difficoltà a farlo capire al mio interlocutore e molto spesso la seconda domanda è “ma il tuo lavoro vero qual è?”
Nei paesi più vicini a noi (penso alla Francia, la Germania, la Spagna, ma anche nei paesi dell’Est Europa) alla cultura viene attribuito un grande valore, viene considerato un motore di sviluppo economico e sociale.
A livello locale, si riflettono in modo ancora più evidente queste dinamiche nazionali, con il rischio di andare verso una sempre minor disponibilità di fondi e di spazi destinati alla cultura e per progetti di lungo periodo, privilegiando eventi-spot che rischiano di lasciare ben poco sul territorio.
Da alcuni anni, svolgiamo la nostra attività anche fuori dalla Spezia, pur mantenendo un occhio privilegiato nei confronti della città. Ci interessa continuare ad investire energie sul nostro territorio, ma vogliamo che ci siano le condizioni per farlo. Il nostro orizzonte non è più solo quello cittadino. Nel medio periodo vorremmo, inoltre, sempre più attivare relazioni e progettualità con soggetti internazionali, e stiamo già lavorando in questo senso".

Collaborate spesso anche con Balletto Civile, ma immagino anche con altre realtà del territorio. Come descriveresti l'atmosfera generale della città riguardo a teatro, musica, spettacolo? Cosa si potrebbe fare per migliorare?
"Personalmente collaboro anche a livello lavorativo con Balletto Civile, curando l’organizzazione e altri aspetti progettuali della compagnia di Michela Lucenti, assieme ad altre persone. Come Scarti abbiamo fin da subito instaurato una collaborazione proficua e duratura.
Abbiamo collaborato con quasi tutte le associazioni del territorio in un modo o nell’altro. Con alcune di queste sono rimaste in piedi collaborazioni di lungo periodo, perché condividiamo visioni artistiche e modalità di lavoro professionale, di rispetto delle regole, e di correttezza dei rapporti.
Credo ci sia molta ricchezza nella nostra città e molte eccellenze in diversi campi. Purtroppo tra le associazioni e operatori prevalgono spesso atteggiamenti e comportamenti tipici della “provincia”, dai quali anche noi talvolta non siamo stati esenti. Egoismi, antipatie, invidie, dispetti, recriminazioni, fino a vere e proprie campagne diffamatorie, (che soprattutto noi abbiamo subito in questi anni). Con sempre meno risorse e spazi a disposizione spesso si scatena una “lotta tra poveri” che alla fine danneggia tutti, e spesso spinge le eccellenze del territorio a trovarsi spazi di espressione fuori dalla Spezia.
A mio avviso chi ha la responsabilità di indirizzare la politica culturale di una città deve - pur garantendo a tutti le stesse possibilità di partenza - fare delle scelte rispetto alla qualità dei progetti e all’impatto che questi hanno sulla città, soprattutto in un periodo di scarsità di risorse. La logica assistenzialista per la quale se mi autodefinisco artista ho automaticamente diritto ad avere dei contributi pubblici, deve essere abbandonata in primis dagli artisti e operatori, perché danneggia soprattutto questi ultimi. Una maggiore capacità di distinguere tra attività amatoriali e chi pratica il mestiere dell’attore, del ballerino, del musicista a livello professionale permetterebbe di distribuire in modo adeguato risorse e spazi e di soddisfare la voglia di fare di tutti".

Qual è stato il tuo punto di partenza e quali i punti di forza da te raggiunti?
"Il mio, il nostro, punto di partenza è stato in primo luogo, fare qualcosa di creativo insieme, come gruppo di amici e di persone che condividevano alcuni interessi, divertirci e nel contempo rendere questo il nostro lavoro e la nostra vita. Sinceramente non mi immaginavo questo percorso, ma il caso e la passione ci hanno portato fin qui. Abbiamo dimostrato una forte abnegazione anche quando le difficoltà sembrano insormontabili: penso, ad esempio, all’alluvione del 2011, che ha distrutto il nostro magazzino e sala prove, con oltre 100.000 euro di danni, e ha comportato un anno di lavoro senza stipendio per tutti, per poter ricomprare le attrezzature e ripartire. Quando quello che fai ti porta a questo livello di motivazione, vuol dire che c’è una forza che prescinde dalle singole persone che lo portano avanti. E significa anche che sarà molto difficile che eventi esterni di qualsiasi natura possano mettere a rischio la vita del progetto complessivo degli Scarti".

Come si inserisce la musica nel tuo percorso? Solo svago?
"Da piccolo volevo fare il musicista, ho studiato 10 anni pianoforte e poi sono passato alla chitarra. Da adolescente volevo fare la rockstar. Nel 2001, ho iniziato a suonare nell’Orchestrina Buffoni Leggiadri. Ad un certo punto, però, bisogna anche capire i propri limiti e trarre le dovute conclusioni. Per cui oggi è più uno svago, e qualche concerto con gli OBL, nei teatri o nelle feste estive, continuo a farlo".

Da quando ti conosco, ti ho sempre considerato una persona con cui condividere visioni (vedi l'utilizzo dell'immagine di un'opera del CAMeC per il programma della stagione Fuori Luogo del 2014) e collaborazioni proficue tra arte e teatro. Facciamo un punto sullo stato delle cose in questo periodo?
"A livello nazionale e internazionale la tendenza è quella verso una sempre maggiore interdisciplinarietà e integrazione fra le arti. I maggiori festival internazionali (vedi ad esempio Santarcangelo) ospitano performance dove il confine tra arte contemporanea, fotografia, graphic design, musica, danza, teatro, è sempre più labile. A livello locale prevale un po’ di più la logica dei compartimenti stagni. Con Fuori Luogo e altri progetti abbiamo provato, e proviamo tutt’ora, a rompere determinate barriere e i risultati artistici e la partecipazione popolare dimostrano la bontà di questa strada, che tuttavia per vari motivi risulta molto difficile da percorrere.
Mi piace tuttavia citare in questo senso la collaborazione con Jacopo Benassi, che ritengo uno dei migliori artisti presenti in città, o con Michela Lucenti e i performer di Balletto Civile. Tra le istituzioni abbiamo avuto proficue collaborazioni con il CAMeC, con il Castello San Giorgio e con le Biblioteche spezzine".

Potresti citare de maestri, spezzini e non? Qualche punto di riferimento lo avrai…
"Alla Spezia, a livello teatrale, abbiamo avuto una grande personalità in Antonello Pischedda, attualmente non più attivo, ma che nel passato ha inciso molto sulla cultura di questa città. Pischedda ha portato alla Spezia compagnie e artisti nazionali e internazionali, ha creato degli eventi straordinari che hanno avuto eco anche tra le generazioni attuali. Offriva una programmazione che riusciva spesso a conciliare la qualità con il carattere popolare degli eventi e dei progetti, affermando una  concezione della cultura come servizio pubblico e come diritto dei cittadini. Ha sprovincializzato la cultura spezzina, ed è stato un personaggio importante ed influente non solo a livello cittadino, ma anche nel sistema teatrale regionale e nazionale. Noi non abbiamo vissuto direttamente la sua “epoca”, ma ancora indirettamente ne siamo influenzati. Mi piacerebbe che i giovani della città, noi compresi, riscoprissero com’era la vita culturale spezzina di 30 o 40 anni fa. Sarebbe bello ripercorrere quella storia attraverso una ricerca storica, fotografica e di archivio a partire dal lascito di una figura come Antonello Pischedda".

Resistere alla Spezia, potrebbe essere il titolo di questa intervista: che ne pensi?
"Piuttosto dovrebbe essere “Resistere in Italia”, perché le difficoltà del settore artistico e dei suoi lavoratori in una città come La Spezia, sono anche il riflesso di un contesto poco promettente a livello nazionale.
Vorrei citare la motivazione della nostra candidatura al Premio Ubu, scritta da oltre 60 giornalisti, critici e docenti universitari di tutta Italia che fanno parte della giura: “per l’impegno nella produzione di giovani gruppi indipendenti, ospitati anche in lunghi periodi di residenza, unito alla capacità di portare su un territorio “impermeabile” al nuovo, alcune importanti voci del contemporaneo, stimolando su un altro versante il giovane pubblico attraverso numerose attività di laboratorio.”
Continueremo a tentare, a lavorare per rendere questa città più “permeabile” al nuovo, più interconnessa con le realtà artistiche nazionali e internazionali, che offra più opportunità per i suoi cittadini, in particolare per i più giovani. Tuttavia, come dicevo in precedenza, il nostro orizzonte va oltre il contesto spezzino e spero che nell’immediato e nel prossimo futuro non si torni indietro rispetto a ciò che di buono è stato fatto in questi anni.
La nostra “resistenza” è, più in generale, rispetto ad un’idea di cultura “modaiola”, o schiacciata su logiche esclusivamente di mercato. La cultura per noi è approfondimento, studio, sperimentazione, lavoro quotidiano, e nello specifico del teatro è l’idea di non offrire al pubblico quello che si ritiene gli debba essere offerto, ma di creare nuovi linguaggi e nuovi saperi, che vadano a modificare la realtà e non a ricalcarla rifugiandosi nel mero intrattenimento. Ciò non significa porsi nei confronti del pubblico in maniera snobistica o elitaria, ma anzi aspirare a far divenire nuovamente “popolare” il teatro e favorire processi di partecipazione e di accesso alla cultura, a prescindere dalla propria provenienza sociale o territoriale".

Andrea si dimostra fermo e autorevole, nonché dotato di ottimismo e voglia di continuare a svolgere con passione e professionalità il suo lavoro. Ha la fortuna di trovarsi in un gruppo di ragazzi e ragazze che ormai da anni si impegnano nell’offrire una proposta artistica di alto livello e vivono la loro passione e arte con la consapevolezza di poter contare sul benessere emotivo del tessuto sociale in cui si trovano a vivere. Una fortuna per La Spezia, che questi ragazzi e ragazze siano ancora qui, vivano qui, lavorino qui. Un patrimonio di cui andare orgogliosi e che ci restituirà, ancora per molto, sono sicura, gioie e dolori, come solo le storie di teatro sanno fare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Andrea Cerri in versione Obl
Andrea Cerri (il primo da destra) durante una presentazione con (da destra verso sinistra) Michela Lucenti, Matteo Melley, Jacopo Benassi


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